Recensione: Sogni e favole, di Emanuele Trevi

Titolo: Sogni e favole
Autore: Emanuele Trevi
Editore: Ponte alle Grazie
Pagine: 224
Anno di pubblicazione: 2019
Prezzo copertina: 16,00 €


Recensione a cura di Mario Turco

Ad un libro così profondamente autobiografico come Sogni e favole, di Emanuele Trevi edito da Ponte Alle Grazie a Gennaio di quest’anno ero tentato di rispondere scrivendo una recensione che presentasse tutti i crismi dell’oggettività più pura, o almeno dato che quest’ultima in natura non è rappresentabile secondo un criterio univoco, cercare quantomeno di arrivarci secondo la glabra concezione filosofica riconosciuta dai più. Poi mi son detto che forse la solita reazione adolescenziale di ribellione uguale e contraria di fronte ad un’opera che non lascia indifferenti non poteva essere la sua negazione e che allora mi sarei dovuto misurare sullo
stesso acre terreno, un misto di saggio e vissuto personale che avrebbe sviscerato tanto il libro di Trevi che me. 

Arturo Patten - Barbiere (1992)
Sogni e favole” racconta di tre figure cardine nella vita dell’autore che ognuno a sua modo ne ha influenzato il percorso esistenziale. La prima persona - o personaggio? Una volta sulla carta chiunque lo diventa e Trevi esaspera ancor di più questo paradosso con la sua aneddotistica centrata prevalentemente sul carattere iconografico- è Arturo Patten, fotografo ritrattista in grado di piangere per “Stalker” di Tarkovskij. Grazie al vero affetto che dalle pagine continuamente traspare verso l’artista statunitense Trevi costruisce le migliori parti del libro, quelle dove al racconto della personalità strabordante del fotografo seguono riflessioni attente, partecipe sia di quel carattere che del suo rapporto di uomo fondamentalmente depresso e composto verso un essere invece mai ligio alla maschera della società. La seconda persona che col suo stile di vita e di scrittura, entrambe così profondamente originali, reclama le attenzioni autobiografiche dell’autore è Cesare Garboli, forse il più singolare critico letterario che la nostra storia abbia sfornato, capace di analisi erudite ma sempre intrecciate con un personalismo atipico nella nostra compassata tradizione accademica. 

Amelia Rosselli
L’ultima figura che lascia un segno nel libro è quella di Amelia Rosselli, grandissima poeta (e qui lascio la definizione dello scrittore romano, che in una bella pagina rifacendosi all’errore di genere di un cameriere lo riporta così com’è facendo sì che sia questo misunderstanding a definire i pazzeschi versi dell’artista) italiana che più che per vicende biografiche ha segnato la generazione di Trevi per quella malattia mentale impossibile da riconciliare. Quando scrive dell’autrice di “La libellula” però (o forse proprio per la vicinanza intellettuale), il libro perde quota ed arriva a toccare le corde di un patetismo altrove sonnecchiante ma sempre presente. L’insistenza sul fatto che la Rosselli sentisse nella sua testa le voci della Cia e deplorasse la sorveglianza magnetica che l’agenzia federale attuasse su di lei è in fondo un artificio retorico per far risaltare la sua grandezza letteraria in un elogio della follia che alla maniera dell’Erasmo da Rotterdam è stilato dal borghese che se ne tiene a distanza e lo apprezza solo negli artisti veramente grandi. Alcune di queste tesi infatti, ed in particolare su quanto l’essere geniali nelle lettere debba avere un corrispettivo nell’esistenza di tutti i giorni, fanno sorridere per quel profumo di latte che portano con sé. Kafka e Pirandello, per dire i primi due che trovo alzando gli occhi alla mia biblioteca, erano forse uomini di temperamento enorme come le opere che ci hanno lasciato? 

Cesare Garboli
Questo romanticismo fuori tempo massimo, e per di più in autore che per il resto di “Sogni e favole” racconta di Metastasio, il poeta per antonomasia dell’arte per l’arte che rabbrividiva al solo contatto visivo con la principessa d’Austria, porta alla luce una delle chiavi di lettura più forti del libro. Ad ogni passo del libro infatti mi chiedevo sempre dove finisse la sincerità di Trevi e dove cominciasse la sua bravura: questo continuo salto di prospettiva destabilizza la riuscita del romanzo che seppur “felice” dal punto di vista meramente realizzativo (“E poi, comunque vada, è pur vero del tempo che ci è concesso noi facciamo solo un uso: lo perdiamo, non sappiamo fare altro che perderlo, e tutto il lavoro della nostra coscienza, con i suoi ricordi e le sue falsificazioni, è una minuziosa e disperata ricerca del tempo perso, e se qualcuno ci trasmette qualcosa prima di andarsene, non siamo venuti al mondo per sciogliere gli enigmi, ma per conservarli intatti e trasmetterli a nostra volta ancora più incomprensibili di quando li abbiamo ricevuti”) non si lascia mai leggere con trasporto, ingabbiato da una ragnatela di riferimenti personali, letterari e riflessivi al miele che sempre ragnatela costruita a modo rimangono.

L'AUTORE
Emanuele Trevi è nato a Roma nel 1964. Collabora al Corriere della Sera e al manifesto. Da Ponte alle Grazie sono usciti Qualcosa di scritto (2012) e la nuova edizione di Musica distante (2012). Tra gli altri suoi libri: I cani del nulla(Einaudi, 2003), Senza verso. Un’estate a Roma (Laterza, 2004), Il libro della gioia perpetua (Rizzoli, 2010), Il popolo di legno (Einaudi 2015).

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