11 agosto 2019

Recensione: Il figlio perduto, di Honoré de Balzac

Titolo: Il figlio perduto
Autore: Honoré de Balzac
Editore: Marsilio
Pagine: 292
Anno di pubblicazione: 2019
Prezzo copertina: 18,00 €

Recensione a cura di Mario Turco

Dove alcuni scrittori nella reiterazione di formule e storie esauriscono la loro vena creativa andandosi ad imbucare in strettoie artistiche dalle quali non riescono a tirarsi più fuori (gli esempi sono così tanti che ogni lettore può trovare il proprio), altri invece hanno bisogno di prodigarsi senza posa nella scrittura per sfogare la loro vis letteraria. La grandezza di Honoré de Balzac, in special modo, sta nella sua prolificità. L'autore del più ambizioso progetto mai pensato da un singolo uomo di lettere, quella “Comedie humaine” composta da 137 opere che rappresenta una sfida insormontabile perfino per un suo ammiratore e maneggiata per intero solo dagli studiosi, ha quasi sempre mantenuto nelle sue opere una qualità elevatissima. “Il figlio maledetto”, pubblicato dalla Marsilio quest'anno in una nuova edizione con testo originale a fronte e traduzione di Mariolina Bertini, è un racconto lungo appartenente alla genia dei capolavori balzachiani.


Scritto tra il 1831 e il 1836, sebbene sia stato più volte rimaneggiato, mantiene una compattezza notevole nel corso delle poco più di 100 pagine dalle quali è composto. Gli influssi del coevo romanzo gotico si mischiano con il melodramma amoroso in uno strano impasto che pur avendo una precisa volontà di rispecchiamento (rispettivamente nella prima parte il gotico e nella seconda il melodramma d'amore) fanno de “Il figlio maledetto” un riuscito lavoro narrativo colmo sia di dolore che di tenerezza. Come sottolineato da Alessandra Ginzburg nella sua Introduzione (un giorno qualcuno dovrà prendere seri provvedimenti per queste sottospecie di protasi che in realtà sciorinano interamente la trama parafrasandola!) “l'influsso della Radcliffe e dei romanzi storici alla Walter Scott sembra predominare, poi ci si trova improvvisamente davanti un poema in prosa”. Il “piccolo poema di melanconia”, come lo riassunse lo stesso Balzac in una lettera a Madame Hanska, racconta inizialmente della difficile infanzia di Etienne che a causa della nascita prematura e della superstizione che accompagna questo evento (l'autore insiste sulla creduloneria dei francesi del Seicento, secolo in cui è ambientata la vicenda ma le Mamme Pancine di questi anni ci ricordano che l'ignoranza si perpetua anche in questo millennio) viene confinato in una casa sulla spiaggia dopo i 18 mesi d'età. Erede della casata d'Hèrouville, egli ha un corpo troppo gracile ed una sensibilità troppo esposta che non corrispondono ai desideri del nerboruto padre, il conte che l'ha esiliato e che vuole la sua discendenza venga portata avanti dal rude secondogenito Maximilien. “Il figlio maledetto” in questa prima parte insiste con particolare grazia sul rapporto tra “l'aborto”, come viene denominato dal padre in uno dei suoi non rari momenti di furore, e la giovanissima madre, Jeanne, vittima anche lei della tirannia del nobile marito. 

"Quale scienziato oserebbe sostenere che il figlio resta su un terreno neutro dove le emozioni materne non penetrano, durante quelle ore in cui l'anima abbraccia il corpo e gli comunica le proprie impressioni?" scrive con partecipazione Balzac facendo gradualmente scendere i toni quasi orrorifici della terribile notte della nascita verso quelli più delicati della convivenza tra due essere ugualmente respinti. L'insistenza quasi mistica tra l'acutezza del sentire di Etienne e il mare che neonato dapprima egli vedeva dalla finestra ogivale assieme alla madre e dopo adolescente percorrerà con tutta l'ampiezza del suo cuore dal rifugio sulla spiaggia, arriva qui a livelli poetici altissimi. Frequenti quindi le metafore e le analogie di squisita fattura ma la potenza ineluttabile delle onde marine comincia a manifestare foscamente i segni di burrasca. L'amore quasi incestuoso che il figlio maledetto provava per la madre sarà indirizzato dall'accorto reboteur, singolare figura di medico/stregone, verso l'altrettanto delicata figlia, la diciassettenne Gabrielle. Il romanzo prende allora una piega stilnovista, esplicitata dai continui riferimenti a Petrarca e Dante, in cui Balzac delinea un tipo di affetto spirituale tra due esseri che possono unirsi solo rifiutando le violente convenzioni societarie: "Molti amori procedono per opposizione; litigi e riappacificazioni, il volgare conflitto fra spirito e materia. Ma il primo colpo d'ala pone il vero amore assai lontano da simili lotte, ed esso non distingue più due nature là dove tutto è una medesima essenza. Simile al genio inteso nella più alta espressione, l'amore sa mantenersi nella più vivida luce, le resiste, vi cresce e non ha bisogno d'ombra per risaltare". La felicità però non dura mai troppo nel romanzo ottocentesco e così, quando le rinnovate ragione dinastiche del Conte metteranno fine all'unione tra i due giovani, i precedenti segni di morte troveranno tragico compimento. “Il figlio maledetto” chiude velocemente la vicenda con una rassegnazione che nemmeno lo stesso Balzac sembra riesca più a sopportare. E noi lettori condividiamo il suo sdegno verso la brutalità dell'esistenza ringraziandolo al contempo di averci fatto evadere attraverso le poche pagine di questo capolavoro.

L'AUTORE
Honoré de Balzac (1799-1850), dopo i primi tentativi letterari, è editore, tipografo, industriale incorrendo in un catastrofico fallimento finanziario. Tornato alle lettere, conosce subito un grande successo di scandalo grazie alla Fisiologia del matrimonio (1829). Autore alla moda, collabora a riviste, scrive novelle e romanzi (tra cui La pelle di zigrino, Louis Lambert, Eugénie Grandet, La duchessa de Langeais). Nel 1835 pubblica Papà Goriot, romanzo nel quale tornano personaggi già presenti nelle opere precedenti: è questa l’idea che presiede alla Commedia umana, grandioso mosaico costituito da 92 tessere. Tra i suoi numerosi capolavori successivi, vanno almeno ricordati Illusioni perdute, Splendori e miserie delle cortigiane, La musa del dipartimento.