9 ottobre 2020

La recensione del film "The secret - Le verità nascoste", di Yuval Adler. Al cinema dal 15 ottobre

Recensione a cura di Mario Turco

Vi sono film che si pongono le domande giuste ma lo fanno in modo sciapo. E vi sono film che inanellano una serie di angoscianti interrogativi per scioglierli tutti in un finale ambiguo che flirta, e quindi legittima, l'uso della violenza risolutrice. “The secret – Le verità nascoste”, (questa volta la distribuzione italiana per differenziarlo da titoli omonimi usciti nel recente passato si “limita” ad accompagnarlo con un sottotitolo spoilerante) diretto da Yuval Adler e tratto da una sceneggiatura di Ryan Covington e dello stesso regista riesce nell'improbo compito di appartenere ad entrambi questi filoni evocati in maniera forse spiccia ma netta. Distribuito coraggiosamente da Vision Distribution e Cloud 9 Film in una stagione che si preannuncia ancor più drammatica per i cinema, il film esce nelle sale italiane il 15 Ottobre pur avendo come unico motivo di attrattiva lo star-power di Noomi Rapace che si è subito innamorata della sceneggiatura e se n'è fatta produttrice, scegliendo sia il suo coprotagonista Kinnaman, sia il regista israeliano Yuval Adler. E a visione avvenuta è facile capire come la storia di Maja, sfuggita a un campo di concentramento nelle ultime fasi della seconda guerra mondiale e che quindici anni dopo, trasferitasi felicemente in una cittadina degli Stati Uniti, vede interrotta la sua insperata felicità dall'inaspettata visione del suo aguzzino di allora, anch'egli venuto ad abitare in quel Paese, possa aver solleticato molte corde emotive della brava attrice svedese. 


C'è innanzitutto la volontà di continuare a ricordare gli orrori del secolo scorso compiuti dai nazisti non solo verso gli ebrei ma anche verso il secondo popolo più perseguitato dai tedeschi del tempo, a cui pochissimo spazio è dato nelle varie giornate europee della memoria: i rom. Nonostante la scelta di fare della propria protagonista un'appartenente ad una delle etnie più invise a livello mondiale a qualunque latitudine, “The secret – Le verità nascoste” sembra non voler contrariare un target di riferimento evidentemente commerciale non facendo nemmeno una notazione all'interno della sua durata di questo genocidio. Asciugando così tanto la componente critica, Adler si butta quindi a capofitto sui modi e sui tempi del dramma casalingo. Se l'ossatura del film richiama il capolavoro di Roman Polanski “La morte e la fanciulla”, non ne replica però, come detto, né la portata politica né la tensiva claustrofobia. Dopo un inizio promettente in medias res ed una bella cura per l'immagine, “The secret – Le verità nascoste” si precipita con troppa meccanicità verso una doppiezza di fondo da classico thriller della domenica. Giocando in maniera piuttosto falsa su alcuni spunti (le carte che attestano l'identità svizzera di Thomas, i riferimenti forzosi ai suoi incubi notturni) cerca di coinvolgere lo spettatore in una pura vicenda di scioglimento tramico piuttosto che una seria riflessione sull'insostenibilità del trauma psicologico. L'ossessione di Maja non solleva dubbi etici nel marito (Chris Messina) fino al finale dove egli si farà carico dei dilemmi della consorte in una maniera sicuramente inaspettata ma, ancora una volta, limitata a salvaguardare la stabilità del nucleo familiare. 


Cercando di unire il pubblico al privato quest'ultimo lato, come spesso avviene il film del genere, finisce per avere la prevalenza ed una storia sulla carta potente, in grado di farsi carico paradigma proprio per via della sua specificità romanzesca (lo stesso Lewis riflette in maniera quasi meta-cinematografica sull'assurdità del fatto che un boia tedesco abbia trovato lavoro in una fabbrica sperduta della provincia statunitense dove abita la vittima che ancora gli toglie il sonno) diventa smorzato pretesto per una teorizzazione sulla vacuità di una pur giusta vendetta. Dopo lo stupro e l'assassinio di una sorella si può, a distanza di anni e di esperienze, perdonare chi ha preso coscienza dei propri crimini? Una domanda che Adler si pone in una maniera più televisiva che cinematografica e che invece di terremotare le coscienze al massimo le fa saltellare per un'ora e mezza.