Recensione: L'isola del tesoro - Il mio primo libro, di Robert Louis Stevenson

Titolo:
L'isola del tesoro - Il mio primo libro
Autore: Robert Louis Stevenson
Editore: Oligo
Pagine: 54 ill.
Anno di pubblicazione: 2020
Prezzo copertina: 12,00 €

Recensione a cura di Mario Turco

“Fin dall'infanzia, Robert Louis Stevenson è stato per me una delle forme della felicità”, ebbe a dire una volta Jorge Luis Borges riguardo all'autore di “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”con una semplicità di giudizio, a fronte di altre verticistiche disamine riferite ad altri scrittori, che ne indicava in primis l'affetto di lettore piuttosto che di collega. Approcciarsi ad uno dei romanzi d'avventura dello scrittore scozzese, per volutamente confinarsi in uno dei settori della sua grandissima bibliografia, vuol dire infatti tornare ad un senso del romanzesco puro, imbevuto di genuino entusiasmo per l'insolito e l'esotico ma senza il manierismo dei numerosi epigoni che ancora adesso scalano le classifiche di vendita. La passione bambinesca che lo stesso Stevenson nutriva per il materiale pulsante dei suoi libri non era una posa dettata dallo stile quanto una precisa visione poetica dettata anche da una vita difficile. Come scrisse una volta egli stesso: “Mi hanno sempre accusato di essere «leggero e senza cuore»: ciò che è una cosa eccellente; se non avessi il cuore leggero, morirei”. 


E così leggere il suo articolo “My first book” uscito nell'agosto del 1894 e portato meritoriamente in Italia in testo unico dalla casa editrice Oligo con il titolo “L'Isola del tesoro. Il mio primo libro” aiuta a comprendere maggiormente l'originalità di una scrittura che ad una robusta cultura letteraria univa un autentico candore fanciullesco. Disponibile nelle librerie dal 10 Settembre e curato da Claudio Gallo, tradotto da Luca Crovi ed introdotto da Mino Milani, questo breve testo - 54 pagine corredate da alcune illustrazioni originali dell'epoca fatte da Alexander Stuart Boyd e tratte dall'edizione inglese del 1915 - è un bellissimo affresco sia dello scrittore che dell'uomo. L'articolo di Stevenson riguardante la genesi del suo omonimo capolavoro apparve per la prima volta sulla rivista Idler, che durò per nove intensi anni (dal 1892 al 1911) grazie al fondatore Robert Barre ed al braccio destro Jerome K. Jerome. Salotto di scrittori per altri scrittori, il periodico ospitava spesso interventi auto-biografici inerenti l'ideazione del loro “primo parto”, cioè il primo libro pubblicato. Il racconto che Stevenson fa sul processo creativo soggiacente uno dei più celebri romanzi per ragazzi di tutti i tempi è ammantato della sua tipica ironia e pregno di significativi aneddoti fattuali. Quest'uomo tormentato per tutta la vita da problemi respiratori e che aveva rifiutato la carriera impostagli del padre ingegnere di fari, sin da giovane aveva provato testardamente ma senza grossi risultati a sostentare la propria famiglia attraverso il genio culturale. Solo a trentun'anni le sue escursioni nel mondo dell'editoria passano da bistrattati fallimenti a successi di pubblico con l'idea, durante un pomeriggio accidioso, di dare adito ad una vecchia mania e disegnare una mappa del tesoro per alleviare il figlioccio. La mappa “era ben elaborata e (pensavo) magnificamente colorata; la sua forma scatenò la mia fantasia oltre ogni immaginazione; conteneva porti che mi soddisfacevano come sonetti; e con l'incoscienza del predestinato, battezzai la mia opera L'Isola del tesoro”. 


Così anche la precedente fatica nella scrittura viene superata con la stesura di quindici capitoli in quindici giorni ed anche un momentaneo ritorno del blocco creativo viene dimenticato col trasferimento a Davos e il ritorno all'incredibile ritmo di un capitolo al giorno. Tra la fine del 1881 e l'inizio del 1882 Stevenson riesce a pubblicare il suo primo romanzo, a puntate, sulla rivista Young Folks anche se il titolo originale Il cuoco di bordo viene bocciato a favore dell'eponimo passato alla storia. Nel libro anche l'evidente amore autoriale verso la figura di John Silver (che – spoiler – Stevenson non ha il coraggio di uccidere nella finzione romanzesca) trova una sua ragion d'essere nella dichiarata concezione del personaggio: “prendere un mio amico stimato (che il lettore molto probabilmente conosce e ammira quanto me), privarlo di tutte le sue qualità migliori e di ciò che rende aggraziato il suo temperamento, lasciandolo con nient'altro che la sua forza, il suo coraggio, la sua rapidità, e la sua magnifica genialità, e cercare di esprimere tutto ciò nei crudi termini della cultura marinaresca”. Ecco che ancora una volta palesando una sincerità narrativa disarmante Stevenson svela come dietro a uno dei personaggi meglio caratterizzati dell'intera narrativa occidentale ci sia alla base un processo di mimesi. In fondo il segreto meglio custodito è quello rivelato: “Chiunque può scrivere un racconto breve - uno brutto, intendo - non tutti però possono sperare di scrivere un romanzo, anche se brutto. È la lunghezza che uccide”. E la mancanza del tuo felice talento, Robert Louis, chiosiamo noi insieme a Borges.

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