La recensione del film “Dark Crimes”, diretto da Alexandros Avranas. Disponibile dall'8 marzo su Amazon Prime Video

Recensione a cura di Mario Turco

Come scrive il critico Pier Maria Bocchi nel suo bel libro “Brivido caldo – Una storia contemporanea del neo-noir” (che già dal titolo cita uno degli esponenti di punta del filone, l'omonima pellicola diretta da Lawrence Kasdan), il neo noir “non rielabora soltanto gli scenari del noir, ma riesce nel tempo ad articolare una grammatica autonoma”. Che, aggiungiamo noi, a differenza del suo illustre progenitore ad esempio lo fa dialogare in maniera molto più evidente con la realtà socio-politica in cui è immerso, facendo di una singola storia criminale uno spaccato esemplificativo di una data area geografica.


Guardando a questa cosciente ambizione ecco che “Dark Crimes”, film del 2016 diretto da Alexandros Avranas che Amazon Prime Video rende disponibile nel suo catalogo dall'8 Marzo, rielabora cinematograficamente un caso di cronaca nerissima per portare in scena l'anima ancora più buia di una nazione europea come la Polonia. La pellicola infatti trae spunto da un articolo pubblicato dal giornalista del The New Yorker, David Grann, che raccontava un assurdo caso criminale occorsovi qualche tempo prima: nel 2007 lo scrittore e fotografo polacco Krystian Bala era stato condannato a venticinque anni di prigione per l'omicidio dell'uomo d'affari Dariusz Janiszewski, avvenuto nel 2000. Il fatto disturbante è che i dettagli del crimine erano stati raccontati in un successivo romanzo dell'assassino, ultimo elemento di prova a suo carico che aveva fatto riaprire un'indagine chiusa con troppa fretta dalla polizia. “Dark Crimes” prende questo plot molto intrigante, acuito dal fatto che molte delle vicende si svolgono all'interno di un misterioso club sadomaso, e lo declina rispettando i più morbosi stilemi del noir: la ricerca della verità da parte del singolo contro i suoi corrotti superiori, un mistero che gioca sui piani alterni della rappresentazione letteraria e di quella personale dello sfuggente scrittore accusato, un'ambientazione opprimente che soffoca qualunque tentativo di catarsi. 


Solo che il regista greco Avranas, autore nel 2013 di quel “Miss Violence” che fece scandalo al Lido di Venezia per l'esibizione di un terribile atto incestuoso e pedofilo, alla sua prima sortita hollywoodiana mostra tutti i limiti della sua poetica inutilmente provocatoria. Non per chissà quale insostenibile violenza – anzi, le scene di nudo e i vaghi sentori di ambienti BSDM sono ripresi piattamente – ma per la scelta concettuale di voler asciugare ritmo del racconto e scenografia fino a livelli atarassici. “Dark Crimes” da una parte sembra voler rifiutare per una sorta di civettuolo apriorismo gli espedienti del genere (climax, localizzazione diegetica, empatia) mentre dall'altra aderisce a quelli pedissequi di una presunta rivisitazione autoriale (sfibranti primi piani, dialoghi elementari, meccanica contaminazione con la sporca materia indagata del protagonista). In un film così ricercatamente senza anima si smarrisce il già confuso Jim Carrey a cui non basta un'interpretazione “tricologica”: la caratterizzazione del suo Tadek fa esclusivo affidamento sulla foltezza della sua barba e l'assenza di capelli. Più incisiva Charlotte Gainsbourg, dark lady sui generis vittima di abusi, come sempre adatta per un ruolo di questo tipo. “Dark Crimes” è, scritto con linguaggio recensionistico da blog ma soprattutto da irritato spettatore, noioso perché strutturalmente sciatto, partorito da un intellettualoide che bada con certosina pervicacia soltanto alla pianificazione di una poetica (sedicente) oltraggiosa. Il neo-noir merita di più.

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