La recensione de "Il Vangelo di Giuda", di Giulio Base nelle sale dal 2 aprile distribuito da Filmclub

Recensione a cura di Mario Turco

In un'epoca in cui ad interessare critici e studiosi transmediali è spesso ciò che rimane all'ombra del canone, ciò che è fuori norma (per citare la celebre rassegna cinematografica portata avanti da Adriano Aprà fino alla sua morte) o in aperta contestazione alla tradizione, anche la religione non poteva rimanere ferma nei suoi dogmi. Se il corpus degli scritti ufficiali rimane ancora refrattario a qualunque apertura - perfino gli esiti progressisti del Concilio Vaticano II sono stati recentemente rimessi in discussione - gli ambienti d'ispirazione cristiana e cattolica che gravitano attorno alle istituzioni, invece, non hanno paura di farsi attraversare da alcune delle più libere e laiche reinterpretazioni degli assiomi di fede. Con "Il Vangelo Di Giuda", di Giulio Base nelle sale dal 2 aprile distribuito da Filmclub, l'operazione portata avanti dal regista torinese rappresenta il miglior punto di sintesi di questo "conservatorismo illuminato". 


Il regista torinese ammanta il suo ultimo film, presentato Fuori Concorso al Festival di Locarno 2025, di una sottile provocazione sin dal suo casting, composto da attori che o hanno avuto un rapporto ambiguo con il messia dei cristiani (Abel Ferrara), o che mai ci si sarebbe potuto immaginare, per via della loro sessualità (Rupert Everett) o della loro libido (Paz Vega), come alfieri di questo tipo di produzione. E ancora prima che "Il Vangelo di Giuda" abbia effettivamente inizio sono i titoli di testa a rilanciare la messa in mora delle aspettative: i crediti del film, infatti, scorrono su aggressive note metal. L'effetto è lo stesso di quello del crudele "Funny games", di Michael Haneke o del "Gummo" di Harmony Korine, ovvero la sospensione del giudizio rispetto al vangelo che stavolta sarà lo stesso Giuda Iscariota, a cui Dante Alighieri invece assegnava una bestiale tortura, a raccontare. E l'inizio della sua narrazione, affidata in maniera troppo insistente alla comunque suadente voce di Giancarlo Giannini, sembra derivare da un fumetto pulp: figlio di una prostituta a cui una chiromante aveva predetto che avrebbe partorito il diavolo, al termine di una gravidanza indesiderata già col solo atto di nascita si macchia del primo peccato dato che "uccide" la propria madre. Allevato dalle altre lavoratrici del bordello, diventa sin da da bambino l'esattore del postribolo e quando il nuovo proprietario cerca di stuprarlo, il piccolo Giuda lo massacra in maniera efferata diventando da allora il nuovo tenutario. In pochi anni l’uomo si concede tutti i vizi: beve, vende donne, gioca d'azzardo e lucra così tanto sulle sofferenze altrui da celare il viso a sé stesso e agli altri per non mostrare la sua turpitudine. L'incontro con Gesù gli cambierà la vita: si spoglia dei suoi averi per diventare uno dei suoi dodici discepoli fino ad arrivare, al termine di un percorso spirituale accidentato, al tradimento supremo. Ma la voce del protagonista dimostra che i fatti non sono così esecrabili come ce li hanno trasmessi per secoli le sacre scritture... 


Il Vangelo Di Giuda è un film che accoglie e rilancia la oramai ben nota "versione di Iscariota", per citare un romanzo postmoderno che dava spazio simile all'autofiction di Barney Panofsky. Attenendosi al vangelo apocrifo del discepolo, agli studi oramai secolari che hanno ampliato il suo punto di vista e alle preclare riletture letterarie di Josè Saramago e Amos Oz, Giulio Base dà una forma ragionatissima e fin troppo accondiscendente al monologo dell'uomo che con la vendita del suo maestro per trenta denari si è assunto il compito di dare perfezione teologica e teleologica al disegno del figlio del dio dei cristiani. La prima inquadratura fornisce una potente profondità di campo al Giuda, interpretato in maniera davvero encomiabile dallo stesso Giulio Base che riesce a caratterizzare le sue nevrosi senza concedersi nemmeno un'inquadratura sul viso, che fugge dal Golgota dopo aver fatto crocifiggere il profeta. Il racconto cronologico che da allora comincia dà contezza delle peregrinazioni fatte dal Cristo e dai suoi discepoli nei tre anni di evangelizzazione rinunciando a far vedere i miracoli più famosi - quelli li fanno tutti, spiega lo stesso protagonista - per concentrarsi sul suo messaggio umanista, volutamente non privo di contraddizioni etiche (la rabbia di Gesù nel tempio) e personali (il rapporto col padre Giuseppe, certamente amato ma forse succube di un disegno divino troppo grande per un semplice fabbro). Un po’ appesantito da una scrittura che purtroppo non lascia mai spazio di respiro alle immagini, il film arriva comunque grazie a ottime scelte di regia (un appunto ci sentiamo di farlo solo su alcuni scorci che sono così puliti da far vedere i sentieri CAI su cui sono stati girati) nel cuore e nel cervello dello spettatore mostrandogli come anche il sangue di Giuda (il suicidio dell’unico discepolo morto lo stesso giorno del suo mentore) sia stato necessario per la Passione e la Resurrezione che i credenti si apprestano a omaggiare.

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