La recensione di "Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III", scritto e diretto da Gabriel Calderón e in scena al Teatro India di Roma fino al 26 aprile

Recensione a cura di Mario Turco

"Il suo nome in italiano sarebbe stato Agitalancia". Siamo a teatro e il protagonista del monologo a cui stiamo assistendo chiude uno dei suoi tanti logorroici ragionamenti concernenti detti e non detti su William Shakespeare con quella che potrebbe benissimo essere una battuta, nemmeno tanto originale, da stand-up comedian. Si tratta di una facezia da guitto che di solito non dovrebbe stare a termine di un corollario ma è pronunciata con una gravitas, una sicumera e soprattutto una consequenzialità di significati che è davvero difficile non alzare le sopracciglia in segno di stupore per l'importanza del significato svelato. Ecco, forse è questa la chiave migliore per descrivere il magmatico "Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III", scritto e diretto da Gabriel Calderón e in scena al Teatro India di Roma fino al 26 aprile. Perché nei 75 minuti di ininterrotto flusso verbale che contrassegnano lo spettacolo con produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Carnezzeria, alto e basso non solo siedono sullo stesso piano ma si nascondono vicendevolmente non permettendo a chi assiste la comodità di stabilire in maniera netta l'alternanza postmoderna. 


Il "liberamente ispirato a Riccardo III di William Shakespeare" che fa da sottotitolo è, difatti, un umile modo - ripreso nel testo dalla riflessione sulla finta genuflessione che spesso un attore è costretto a compiere quando il suo talento viene infine riconosciuto - di porsi non soltanto rispetto al capolavoro menzionato ma a molte delle tematiche che brillano nell'universo shakespeariano. Come ci racconta lo stesso protagonista Francesco - interpretato da un Francesco Montanari che dimostra ancora una volta di saper scegliere con una lungimiranza luciferina i testi con cui far risaltare il suo talento - egli è un interprete e un uomo che dopo anni di retrovie sceniche è chiamato finalmente a prendersi il centro del palcoscenico: l'attore è stato infatti chiamato a recitare nei panni di Riccardo III. In uno speciale gioco metateatrale che con grande intelligenza non viene mai esplicato ma erutta semplicemente dal dipanarsi della irruenta autonarrazione, Francesco si fa travolgere dall'ebbrezza del successo (un paio di riferimenti a copertine e riconoscibilità pubblica: "Vincerò tutti i premi, apparirò su tutte le riviste") e dalla possibilità di poter intervenire, quasi da parvenu culturale, su alcuni aspetti dell'eredità del drammaturgo inglese. Muovendosi con grande destrezza nel piccolo palcoscenico progettato da Paolo Di Benedetto e tirando pulegge e tiranti, ecco che l'uomo alterna alcuni stralci dei monologhi più famosi - anche quello di Margherita, tra gli altri, perché "com'è virile una donna quando si arrabbia" - della tragedia più efferata del Bardo a non cronologici aneddoti sulla sua scalata al potere all'interno della pièce in cui è stato chiamato a prendere parte. 

Dalle dotte disquisizioni sulla musicalità del verso originale ("il galoppo della rima"), all'impossibilità di riportarlo così com'è oggi, dagli infidi dileggi al pedissequo regista ("comincia a metterci qualcosa di tuo, maledetto coglione") alle stilettate velenose verso le “ninfette produttrici”, Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III critica a raggiera tutto ciò che non va nel mondo del teatro del protagonista e, per converso del nostro. Tanto che sarà proprio l'esempio di William Shakespeare a tornare come fulminante pietra di paragone nell'invettiva più alacre e probabilmente più centrata: che differenza abissale esiste, infatti, tra il geniale scrittore che continuava a fare teatro anche quando esso era relegato fuori città per la sua impudicizia fisica e morale e i mestieranti di oggi che perdono il bandolo della massa creativa quando non vincono un determinato bando. Perché non basta leggere un capolavoro a settimana – ma lo facciamo davvero? Lo stesso Francesco svela che la sua millanteria libresca gli è servita solo per salire i pioli della scala culturale con cui issarsi al vertice della mediocre compagnia – ma serve continuare a “masticare” arte anche quando essa si trova tra i rifiuti del capitalismo. Storia di un cinghiale della cultura, appunto, che chiude il suo sermone con un rimuginato e amarissimo “Il mio regno per uno spettatore intelligente”

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