La recensione del film "Iron Maiden: Burning Ambition", di Malcom Venville nelle sale dal 14 maggio distribuito da Universal Pictures
Recensione a cura di Mario Turco
In questo segmento Iron Maiden: Burning Ambition coglie per un attimo anche l'anima fancazzista dei suoi protagonisti lasciando intravedere, purtroppo soltanto per un attimo, qualcosa che va oltre la mappa mitologica di 100 minuti, invece, celebrativi in puro stile Iron Maiden. Si veda l'inizio del doc, ovvero le immagini in 3d della cometa fatta di braccia che dopo aver attraversato lo spazio cosmico atterra sul pianeta Terra per mostrare l'impatto culturale della band attraverso le entusiastiche dichiarazioni di fan, celebri e non. Come a voler dare seguito alle parole del cantante Bruce Dickinson, "Se sei un fan degli Iron Maiden, sei parte della famiglia", da lì parte infatti un fuoco inesausto e cronologico di amarcord, giudizi, analisi compiuti o dalla viva voce dei membri o dagli appartenenti alla comunità di appassionati e persone che hanno per un periodo della loro vita incastrato le loro vite con l'heavy-metal proposto in cinquant'anni di carriera. La regia di Malcom Venville è, in questo senso, old-school come il sound del gruppo oggi o durante il bistrattato successo del grunge negli anni Novanta - la cosa migliore di questo spezzone desolante e boomer è il fischio di Gene Simmons dei Kiss che chiude a suo modo quel modo di fare musica -: le poche zone grigie mostrate, come il siluramento prima di Paul Di'Anno e poi di Blaze Bayley, sono sempre ammorbidite da un punto di vista inesorabilmente interno alla band.
La MdP non scende mai dai palchetti di legno dei club prima e da quelli monumentali di metallo dopo (impressionante ancora oggi vedere la folla dei 300mila accorsi al Rock in Rio del 1985) perché a interessare è sempre il senso di una musica quasi fatta per professione più che per vocazione artistica. Come se fossero un unicum senza filiazioni e discendenze, in questo doc gli Iron Maiden non svelano mai le loro ispirazioni o i loro interessi: gli unici colleghi musicisti che appaiono (Tom Morello, Lars Ulrich, Chuck D) sono quelli disposti a incensare il loro contributo allo sviluppo di riff e note in distorsione. Così anche il linguaggio usato per la rappresentazione del loro stile - almeno una battuta sulla critica principale alla tetragona monotonia del loro sound potevano concederla - e delle loro novità (le tre chitarre di Dave Murray, Adrian Smith e Janick Gers) è invariabilmente teso ad esaltare il canone e il classicismo del loro contributo al metal. Iron Maiden: Burning Ambition è talmente concentrato nell'esaltazione della storia della band da perdere di vista la musica vera e propria: il documentario, infatti, non riesce a creare un singolo momento in cui rilassarsi ad ascoltare la bellezza di pezzi immortali come Fear of the dark, The trooper e The Number of Beast. Va bene l'analisi dotta dell'icona Eddie su cui stranamente il lungometraggio indugia un bel po' ma non si poteva trovare spazio invece per sviscerare l'influenza innegabile che hanno avuto anche nel metal più estremo che, pur rinnegandoli, li ha sempre tenuti a mente? Hallowed Be Thy Name coverizzata dai Cradle of Filth avrebbe significato ben più dell'onnipresente Javier Bardem!






.jpg)














