La recensione di "Illusione", di Francesca Archibugi nelle sale da giovedì 7 maggio grazie a 01 Distribution

Recensione a cura di Mario Turco

Nei mille e più rivoli di dibattiti sulla sceneggiatura cinematografica, uno dei più fluenti è quello che riguarda la presenza eccessiva della sua componente strutturale più codificata. In Italia, gran parte del nostro cinema si contraddistingue infatti per una forte presenza di schemi, canoni e personaggi di grana grossa che, se da un lato garantiscono anche a soggetti non particolarmente ispirati o originali un esito professionale e una forte riconoscibilità da parte degli spettatori, dall'altra a volte hanno il difetto di imbrigliare in rigidità di sviluppo storie che avrebbero necessitato di più respiro. Con "Illusione", di Francesca Archibugi nelle sale da giovedì 7 maggio grazie a 01 Distribution abbiamo il tipico esempio di lungometraggio azzoppato proprio dalla forte presenza di un alto mestiere che, in definitiva, si rivela proprio non in grado di lasciarsi sorprendere dall'ottimo spunto di partenza incatenandolo, piuttosto, in prevedibili meccanismi da "writer's room". 


Presentato alla 20ª Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public, il tredicesimo film della regista romana segue la torbida vicenda di Rosa Lazar (un'ottima Angelina Andrei), quindicenne moldava che viene ritrovata in fin di vita sotto un cavalcavia di Perugia. La sostituta procuratrice Cristina Camponeschi (Jasmine Trinca) e lo psicologo Stefano Mangiaboschi (Michele Riondino) sono immediatamente chiamati a occuparsi del caso: la donna per cercare di capire cosa ha portato la giovane ad essere vittima di una violenza così efferata e l'uomo per far in modo che l'indagine giudiziaria non ne acuisca il trauma personale. Ma entrambi si trovano a dover fare i conti con l'ambigua personalità della ragazza perché, una volta ripresasi, Rosa non sembra avere coscienza di ciò che ha subito e sembra nascondere la verità dei fatti anche quando essa è palese. Con molta fatica e il pericoloso coinvolgimento di Stefano, di cui la "vergine moldava" si è invaghito superando il confine tra terapeuta e paziente, l'inchiesta svelerà infine una rete di prostituzione minorile e corruzione che arriva molto in alto, sino ai vertici del Parlamento Europeo di Bruxelles... 


Illusione è un thriller politico e sociale che punta molto in alto: da una scrittura complessa che si muove tra quattro Stati - Italia, Romania, Francia e Belgio - e diversi sottoboschi criminali - e qui c'è già un primo difetto di approssimazione: nelle poche sequenze la mafia albanese ha un ruolo così marginale e stereotipato che si poteva tranquillamente elidere -, ad un cast tecnico notevole e molto ispirato, da un ritmo e una visione di stampo prettamente europeo a una crudezza tematica quasi inedita a questi livelli. Ciò che però non funziona nel film non è tanto l'accumulo e la divaricazione di generi che, se sapientemente gestito, può portare a risultati interessanti quanto la visione d'insieme che non scende quasi mai dal proprio piedistallo analitico, limitandosi a un'interazione poco partecipata di fronte ad un materiale invece così lordato di brutture. In Illusione il lavoro giornalistico - la sceneggiatura è curata da Archibugi insieme a Francesco Piccolo e Laura Paolucci - è evidente: il traffico di prostituzione minorile, benché finzionale, ha ottimi appigli con la realtà nostrana e con uno scandalo simile occorso solo qualche anno fa ma ciò non basta a renderlo affascinante su schermo: i crimini vengono spesso soltanto evocati piuttosto che mostrati e alcuni set funzionano meglio (la decadente Parigi) di altri (il fangoso sobborgo rumeno). Ma a inficiare l'esito del film è la pessima gestione del rapporto tra privato e pubblico, onta di tanto cinema popolare nostrano. Archibugi, infatti, mette troppa carne al fuoco sviluppando dei tre personaggi principali un arco narrativo troppo definito e troppo vicino alla solita trattazione all'italiana: la dura pm in realtà ha il cuore spezzato per una storia precedente, lo psicologo a 1400 euro al mese (conoscere lo stipendio di un dipendente pubblico non equivale a capirne il carattere) ha un passato di violenza che il il borgo natio continua a ricordargli dopo il suo ritorno e la lolitesca protagonista soffre fin troppo facilmente di turbe psichiatriche – le visioni e le proiezioni fantasmatiche – che rendono il suo fascino perverso più addomesticabile perché, in fin dei conti, ha soltanto un’eziologia sanitaria. Così Illusione non compie mail il guado del grande cinema europeo, accontentandosi di aver appena bagnato i piedi nella sua corrente impetuosa.

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