La recensione di "Tre sorelle. Nevica. Che senso ha?", scritto e diretto da Liv Ferracchiati e in scena al teatro India di Roma fino al 3 maggio

Recensione a cura di Mario Turco

Che musica ascolterebbe oggi Anton Čechov? Oppure, ampliando il quesito in maniera meno da social media manager e rendendolo più accademico, quale potrebbe essere la colonna sonora ideale per testi quasi sempre asfissianti, chiusi in un'inane verbosità in cui tutto viene accennato, poco viene detto e nulla viene fatto? È la domanda che ci risuona nelle orecchie dopo la visione di "Tre sorelle. Nevica. Che senso ha?", scritto e diretto da Liv Ferracchiati rileggendo il celebre testo del drammaturgo russo e in scena al teatro India di Roma fino al 3 maggio. 


Partiamo dall'accoglienza del suggerimento proposto proprio dal performer e autore di teatro che chiude la sua riscrittura, compiuta grazie anche al contributo della dramaturg Piera Mungiguerra e la consulenza letteraria di Margherita Crepax, con una scelta musicale di grande impatto: a chiudere infatti la pièce è la mortifera batteria che segna l'intera durata di "Atmosphere" dei Joy Division, i cui versi in precedenza più volte avevano fatto capolino dai discorsi di Olga (Irene Villa), Maša (Valentina Bartolo) e Irina (Livia Rossi). Come il cantato di Ian Curtis che accompagna con monotona tristezza l'ascoltatore alla fine del pezzo senza nulla dargli in fatto di catarsi, ecco che questa produzione Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale porta ad estrema radicalizzazione figurativa l'immobilità che attanaglia tutti i personaggi del dramma originale. Già dall'assenza del sipario e la presenza di un paio di interpreti sul palco ben prima che lo spettacolo abbia inizio, Ferracchiati intende mostrare come i personaggi siano intrappolati in questa eterna coazione a ripetere del nulla. Le esistenze di tutti coloro che come falene si aggirano attorno a casa Prozorov sono come gli oggetti che stanno sul piano inclinato della scenografia di Giuseppe Stellato: sempre sul punto di cadere per la legge della gravità/cedere alla trasformazione eraclitea ma accidiosamente e ostinatamente ancorati a quell'equilibrio noioso - uno dei sostantivi cardini della poetica cechoviana qui esplicitato come non mai - che non permette loro di rompersi e raggiungere magari un nuovo ordine, frantumato certo, ma almeno diverso. Non è un caso che l'unico ninnolo a essere fatto a pezzi in più occasioni è l'orologio appartenuto alla defunta madre, segno di un passato che, a causa di un futuro bloccato e di un presente involuto, è l'unica porzione di tempo a cui è concessa la libertà di muoversi in direzioni contrarie (i frequenti rimpianti, unica spinta ad agire piuttosto che il vagheggiato trasferimento a Mosca). 


Tre sorelle. Nevica. Che senso ha?, nella nuova morbidissima ma allo stesso tempo tagliente traduzione, ricopre di strati interpretativi il già densissimo modello di partenza attraverso forti scelte di regia che nei suoi esiti migliori lo fanno arrivare a un testo audiovisivo quasi androgino ma irresistibilmente affascinante, con dialoghi spezzati che sembrano mutuati dal Woody Allen più ispirato mischiati alle pulsioni distruttive dei film di Xavier Dolan. Anche i refrain che tornano ad ondate o i flussi di coscienza joyciani contribuiscono ad isolare e far emergere i dettagli della crisi borghese che stringe i cuori di chiunque, dal vecchio Cebutykin che ha smesso di ricordare un po' per il vizio dell'alcol e un po' per scelta nichilista fino al Solënyj che esprime la sua irrisolta "voglia di vivere" con i versi di Majakovskij “Bisogna strappare la gioia/ ai giorni futuri” ridotti a epigrafe di un poser Instagram. In questo serissimo gioco di codici teso a far emergere la modernità di scrittura del capolavoro cechoviano, Ferracchiati e la sua squadra sfiniscono volontariamente lo spettatore - le scene che si svolgono nella platea più che chiamarci a correità superano però il limen di patinate provocazioni postbrechtiane -, alienandosi la sua simpatia per situarlo in quella speciale terra di mezzo in cui la nota disgregazione del tessuto personale e sociale del testo assume sfumature di ricezione inedite. L’infelicità delle tre sorelle perde difatti il segno che Cechov le aveva assegnato travolgendo ancor di più gli uomini – davvero mirabile il lavoro di punteggiatura compiuto sul Versinin splendidamente interpretato da Rosario Lisma - che le donne. Perché in questo fuoco lento che è la vita quando ciò che resta degli ideali giovanili viene bruciato dalla senilità di pensiero è di nuovo la musica a farsi veicolo dell’unica parvenza di sollievo: i maschi suonano in solitaria al pianoforte note struggenti venati di melanconia ma le donne cantano in coro, ridendo perfino, i versi di Atmosphere.

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