13 agosto 2019

La recensione dei film "Submergence", di Wim Wenders. Al cinema dal 22 agosto

Recensione a cura di Mario Turco

Uno scarto dalla norma, anche nelle opere minori. Ecco cosa ci si aspetta sempre da un Autore, definizione che resiste ancora nel vocabolario cinefilo nonostante l'assalto dei tecnocrati che vorrebbero livellare perfino la cultura. E quando l'artista in questione è Wim Wenders, eclettico regista di capolavori come “Paris, Texas” o “Il cielo sopra Berlino” normalmente si sta tranquilli sulla poltrona in attesa del colpo d'ala, della sequenza che donerà al film una coloritura indimenticabile. Con “Submergence” (2017) in uscita nelle nostre sale dal 22 Agosto con la distribuzione di Movies Inspired, un poco ispirato tono medio permea invece interamente la pellicola. Più che l'origine commerciale dell'opera, progetto su commissione che vede una produzione europea molto variegata, ciò che frena il film è l'insolita acquiescenza politica di Wim Wenders che probabilmente non ha potuto mettere granché mano su una sceneggiatura blindata. “Submergence” è tratto dall’omonimo romanzo di J. M. Ledgard, un giornalista ex corrispondente per l’Economist, reporter di guerra specializzato in relazioni politiche che per lungo tempo ha lavorato in Africa. La storia: Danielle e James s'incontrano durante un soggiorno in uno splendido resort sulle coste della Normandia. Lei è una biomatematica che studia il fondo degli oceani, concentrata esclusivamente su una ricerca che potrebbe sconvolgere ciò che finora sappiamo dell'origine della vita. Lui è un agente dello spionaggio britannico che aspetta di partire per una missione fondamentale in Somalia e fermare gli jihadisti che vogliono mettere a ferro e fuoco l'Europa. S'innamorano, come tutti gli opposti al cinema, ma il loro fulmineo sentimento sarà messo a dura prova dal rapimento di James ad opera dei terroristi islamici. 


La struttura di “Submergence” omaggia il melò di ampio respiro che pur insistendo per lunghi tratti della sua durata sulla passione dei due protagonisti non esita ad avventurarsi in escursioni geopolitiche sull'attualità. La personalità dei due protagonisti è il fattore più interessante del film che però viene completamente esaurita nei primi bei 30 minuti. Il corteggiamento spudorato di Danielle e il successivo contatto con James, molto diverso da lei, destabilizza una condotta di vita fino a lì improntata ad un freddo professionismo accademico. Wenders sin da subito prova ad allargare le maglie metaforiche della narrazione immergendo i loro dialoghi conoscitivi in un'aurea di morte: lei ha paura di perdersi nei fondali marini della sua prossima difficile immersione, lui è un ex-soldato che ne ha visto gli effetti sul campo. Anche la struttura non lineare della storia, intervallata da continui flashback, contribuisce ad alimentare il senso tragico di un'esistenza che può spezzarsi in qualunque momento. La bellezza delle due star che interpretano i protagonisti, la luminosa Alicia Vikander e l'eccezionale James McAvoy, risaltata dalla fotografia di Benoît Debie e da una regia che insiste tantissimo sui primi piani e gli sguardi in macchina, conferma la sensibilità estetica di Wenders. Che s'esplica anche in due omaggi artistici non banali: la barca di Danielle si chiama “L’Atalante”, in omaggio all’omonimo capolavoro del regista francese Jean Vigo mentre i dipinti di Caspar David Friedrich fanno da sfondo alla scena nel museo in cui James prende accordi per la missione. L'acqua, come si può intuire anche da questi riferimenti, è l'elemento più importante del film, segno di rinascita dopo la morte e legame mistico tra i due protagonisti, divisi/uniti sia nel lavoro che in amore da essa. Insomma, “sin qui Submergence” aveva sviluppato interessanti premesse per un prosieguo altrettanto convincente. Ed invece quando si tratta di andare al nocciolo il film di Wenders s'appiattisce come i propri personaggi: Danielle viene continuamente ripresa mentre si strugge per l'incertezza del distacco perdendo la componente di forza che l'aveva caratterizzata all'inizio (in U.S.A. alcuni critici l'hanno accusato di razzismo proprio per questa sottovalutazione del personaggio che come quasi sempre nel melò sconta la debolezza del genere femminile) mentre James nonostante l'apertura mentale degli inizi si trova a dover fronteggiare il cieco fondamentalismo dei guerriglieri musulmani. E se all'amore occidentale il finale riserva comunque una possibilità di speranza, il bombardamento nel campo di mangrovie sui terroristi simboleggia invece la resa del pensiero razionale verso quelle popolazioni. Un cinismo politico che purtroppo è il segno di questi tempi populisti e al quale perfino il buon Wenders si adagia.