3 dicembre 2019

Recensione: Divagazioni e garbuglio, di Carlo Emilio Gadda

Titolo: Divagazioni e garbuglio
Autore: Carlo Emilio Gadda
Editore: Adelphi
Pagine: 553
Anno di pubblicazione: 2019
Prezzo copertina: 26,00 €


Recensione a cura di Mario Turco

«Gadda ha la mano pesande, la mano pesande» pare dicesse Benedetto Croce. E anche i gaddiani più convinti non possono negare una delle poche reali verità pronunciate dal filosofo idealista. Questa sensazione di gravità (di certo non lusinghiera e con una buona dose di acredine crociana) riferita a Carlo Emilio Gadda viene sicuramente acuita dalla lettura del recente Divagazioni e garbuglio, a cura di Liliana Orlando (Adelphi, 2019), che raccoglie alcuni suoi scritti di varia natura usciti fra il 1927 e il 1966. Ordinati in sei sezioni tematiche secondo un criterio tassonomico che troverà esplicazione solo nelle Note finali edite dalla curatrice, i suoi saggi brevi, o entretiens come li definiva l'Ingegnere della letteratura, erano apparsi a fatica in giornali dell'epoca. Lo stesso Gadda era conscio della difficoltà del suo stile se scrive egli stesso, come riportato in una nota di uno dei racconti, in una lettera a Enrico Falqui a proposito di un elzeviro per la rivista Tempo: “Quanto al ‘barocco‘ e alla ‘sintassi‘ (non lo dico per te, scusa; ma permettimi) devo credere ormai che si tratti di dicerie artatamente denigratorie per eliminare un concorrente… i miei periodi osservano la più ortodossa, la più canonica sintassi: i miei vocaboli sono registrati nei vocabolari dell’uso, e nel senso in cui li adopero: (parlo degli elzeviri)”.

Per fortuna di noi lettori tutti gli scritti contenuti contenuti in "Divagazioni e garbuglio" mostrano esattamente il contrario di una difesa tenerissima per quanto farlocca. A partire dall'annosa questione lessicale/sintattica, lo scrittore lombardo nell'arco di tutta la sua lunga carriera slabbrò continuamente la lingua italiana tirandola verso i suoi estremi. Che anche in questa raccolta di stampo più immediato, lontana dalle tribolazioni di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” e “La cognizione del dolore”, non riesce ad esimersi dal continuo sperimentalismo. Quindi di nuovo latinismi, arcaismi, tecnicismi rubati dalla strada o debitamente annotati nelle frequenti discussioni con figure professionali, regionalismi. Esemplare in questo ultimo senso l'articolata difesa del poeta dialettale Porta nell'articolo “Il testo critico delle poesie di Carlo Porta” dove, con una robusta analisi degna del miglior Contini dimostra come nelle sue opere il vernacolo sia propedeutico alla feroce dissacrazione anticattolica. Anche l'amore verso Gioacchino Belli in “Divagazioni e garbuglio” viene ribadito con l'altrettanto valido “Canto, cantica, girone” in cui si ribadisce la tesi che la scelta del romano popolaresco non sia nel poeta romano un amorale ripiegamento verso il basso. I saggi sulla letteratura sono quelli dove appare con maggior vigore la forza critica di un Gadda che facendo finta di ripudiare la sistematizzazione accademica (o, almeno, le forme trombonesche simil carducciane con le quali essa rendeva omaggio ad una tradizione mai messa in discussione) riusciva ad illuminare con la sua scrittura indomita certe pieghe culturali del passato. Ne “Il simbolismo” si può leggere ad esempio: «La [simbologia] baudelairiana è di origine psicologica, non metafisica. Il simbolismo, storicamente manifestatosi in Verlaine, Rimbaud, Mallarmé (i grandi maestri), e nei loro epigoni e nei più lontani profittatori, è riconducibile, per l’appunto, a forme psicologiche: è la proiezione estetica di “momenti dell’anima” che cercano nella natura un misterioso equivalente espressivo». O contro l'arrembante modernismo di lettura nei confronti de “I promessi sposi” portato avanti da Moravia che dava del reazionario cattolico a Manzoni, Gadda contrappone una delle più formidabili difese letterarie mai lette: «quel signore milanese ha romanzato per primo nei poveri, negli umili, negli incorrotti o nei fatalmente oppressi i risorgenti protagonisti della storia umana, della salvezza biologica: e li ha immaginati a dire (in battute inimitabili) e a sentire e patire e volere come tali: in un seicento lombardo, spagnolesco, lanzichenesco, e borromeiano e sinodale e cattolico: (cattolico era, lui non poteva farlo turco)». 


Se le tre sezioni rivolte alla cognizione narrativa del caso Gadda erano facilmente pronosticabili come raffinati esercizi dialettici, sorprendono invece quelle rivolte alla recensione di mostre artistiche e le libere elucubrazioni sulla geografia architettonica di Milano e Roma. “Autografo per Giorgio de Chierico”, ad esempio, prende spunto dalle opere del pittore ed uniformandosi ai suoi dipinti metafisici raggiunge le assolate vette del poemetto in prosa attraverso una scrittura misterica ed evocativa. Mentre in “Quartieri suburbani” Gadda traccia una sapida ma tagliente storia del fenomeno dell'urbanizzazione metropolitana mostrando come l'avere “la mano pesande” sia stata per lui l'unica maniera di uscire dal vuoto pneumatico del canone a tutti i costi.