La recensione dello spettacolo "La vita davanti a sé", al teatro Quirino dal 12 al 21 dicembre

Recensione a cura di Mario Turco

Nel corso dei secoli la letteratura ha prodotto migliaia di romanzi sull'infanzia negata che, oscillando tra emozionanti j'accuse sulle difficili condizioni sociali dei bambini e gerontocratici tentativi di analisi sociale del fenomeno, hanno comunque quasi sempre saputo aprire squarci inediti sull'età più difficile da tutelare. Ma sono davvero pochi i libri che hanno saputo toccare le corde più segrete del cuore dei propri lettori senza ricorrere alla pletora dei mezzucci sentimentali atti a suscitare facili lacrime e banale indignazione quando i protagonisti delle vicende narrate sono gli anagraficamente più indifesi. 


Scegliendo di portare sul palco uno dei capolavori del Novecento più affilati e allo stesso tempo poetici, la trasposizione de "La vita davanti a sé" - che adattato e diretto da Silvio Orlando è in scena al teatro Quirino di Roma fino al 21 dicembre - dimostra l'assoluta modernità del testo di partenza, ovvero "La Vie Devant soi", di Romain Gary, pubblicato nel 1975 e qui tradotto da Giovanni Bagliolo. Produzione Cardellino srl, lo spettacolo è difatti un monologo lungo un'ora e venti minuti di durata recitato dallo stesso attore napoletano con una grazia - per usare un termine caro ad un regista con cui ha spesso collaborato - che ne fa ancora una volta uno degli interpreti più peculiari della cultura italiana. Orlando infatti porta in scena i pensieri e le avventure del piccolo protagonista Momò, bambino arabo di dieci anni senza genitori e cresciuto in una pensioncina di sei piani nel quartiere più multietnico di Parigi, Belleville, da Madame Rosa, anziana ex prostituta ebrea che, dopo "aver dato il culo" per anni, si occupa dietro compenso di accudire i figli non riconosciuti delle sue ex colleghe. Mohamed - questo il vero nome del protagonista - racconta quindi il suo fortissimo rapporto con la donna, contrassegnato da un contrasto a volte violento (la scena della cacca fatta per dispetto in tutta casa) ma quasi sempre da un amore purissimo e che aumenta in maniera esponenziale con la demenza senile di quella che, pur non essendo mai stato esplicitato per delicatezza, è difatti la sua madre acquisita.

Le scene di Roberto Crea hanno un saporito gusto artigianale, come se venissero direttamente da un film di Michel Gondry: il palazzo sghembo fatto di cartoni via via più piccoli per sottolineare la verticalità dei sei piani da una visuale infantile, "il cantuccio ebreo" da cui Silvio Orlando tira fuori oggetti nascosti e il compact-disc da cui per due volte si sentono le canzoni francesi tanto amate dall'inquilino transessuale contribuiscono a creare il clima di grande vicinanza affettiva con le alterne fortune del piccolo Momò. La presenza dell'ensemble dell'Orchestra Terra Madre che suona dal vivo alcune canzoni d'accompagnamento viaggiando dalle sonorità arabe a quelle africane fino a quelle kletzmer è un altro elemento prezioso che colora le mille voci etniche del palazzo, senza per questo mai arrivare a soverchiare i momenti più drammatici della storia. La vita davanti a sé, infatti, colpisce quasi a tradimento, andando con naturalezza rara dalla struggente tenerezza di Momò nella scena del cane Super, trovatello peloso consegnato a una ricca signora gettando con orgoglio i cinquecento franchi con cui la donna credeva di fare della borghese carità, al funerale col candelabro svolto nella cantina. 

Asciugando il testo (l’unico sogno rimasto rispetto al romanzo è quello della leonessa) e rinunciando a pomposi cambi di scenografia, Orlando vuole dare risalto alla voce del suo protagonista, goffo nel suo innamoramento verso la doppiatrice Nadine ma irresistibilmente subdolo quando si tratta di farsi disconoscere dal padre Kadir Yoûssef, venuto a riprenderselo dopo dodici anni di internamento in un ospedale psichiatrico per aver ucciso la moglie. Ecco che dopo non aver edulcorato nessuna delle tappe della via crucis del suo protagonista, l’attore pronuncia scandendo bene ogni sillaba una delle più fulminanti chiuse della letteratura e del teatro, una specie di non sequitur che arriva inaspettato come la più materna e femminili della carezze, come motiva egli stesso nel giustissimo discorso post-spettacolo: “Bisogna voler bene”. Bisogna voler bene anche e soprattutto a Silvio Orlando che, anche se se giunto alla trecentesima replica della piéce, ci ha regalato il più bell’evento del 2025.

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