La recensione dello spettacolo "La coscienza di Zeno", al Teatro Quirino dal 20 al 25 gennaio

Recensione a cura di Mario Turco

"Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' più ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie". Termina così, con l'ultimo straordinario monologo del romanzo recitato quasi parola per parola, "La coscienza di Zeno" che per la regia di Paolo Valerio sarà in scena al teatro Quirino di Roma fino al 25 gennaio. E che a interpretarlo con ansia febbrile, mangiandosi continuamente le unghie e reggendosi sul palco a fatica grazie all'ausilio di un bastone, sia Alessandro Haber ci mette di fronte a una di quelle sintomatiche aderenze psico-attitudinali che tanto sarebbe piaciuta a Italo Svevo. 


Produzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Goldenart Production, questo adattamento curato con grande intelligenza da Monica Codena e Paolo Valerio tronca sul nascere il famoso dilemma sul difficile italiano dell'autore triestino scegliendo una lingua che ha una facilità d'uso che giova maggiormente a un testo pregnissimo di suggestioni e che altrimenti avrebbe faticato ad arrivare se avesse mantenuto le incerte circonlocuzioni dell'originale. La coscienza di Zeno ha inoltre il pregio, quasi inestimabile in un'epoca teatrale che o stravolge i testi originari o li traspone troppo fedelmente, di rispettare il moderno romanzo da cui è tratto con un approccio contemporaneo che amplia alcune vie di fuga presenti in nuce e ne elide con coraggiosa nettezza altre. La principale novità - che ci piace pensare indotta dal carisma di Haber - è la presenza del vegliardo Zeno Cosini sulla scena anche quando vengono rappresentati i suoi ricordi di giovinezza, le sue fantasie, le sue psicosi e manie. Ecco allora che il commerciante parla con il suo sé più giovane, interagisce con le proiezioni dell'amato/odiato padre guardandosi significativamente mentre riceve da lui in punto di morte uno schiaffo, sabota come doppio la seduta spiritica di Guido e amoreggia con l'amante Carla poco prima che lei lo lasci per il professore di musica. 


Saltando allegramente tra finzione metateatrale, sporchi flussi di coscienza sullo stato perenne di malattia dell'inetto protagonista e rifrazioni distorte della sua psiche, La coscienza di Zeno gioca scopertamente con i già classici dispositivi narrativi atti a mostrare sul palco i funzionamenti di una mente patologicamente (in)sana. Anche la straordinaria scenografia di Marta Crisolini Malatesta fa da correlato oggettivo agli spesso autocritici e mesti pensieri del narratore attraverso il grigio degli eleganti drappeggi che in alcuni casi non disdegnano però di diventare parte attiva e luminescente dei momenti più parossistici della pièce (gli azzeccati momenti musical in cui è l'Es di Zeno Cosini a stravolgere la rappresentazione). Pur avendo quasi un andamento concitato e asciugando alcune parti del capolavoro letterario, lo spettacolo riesce inoltre a rilanciare le fulminanti intuizioni del letterato triestino sul funzionamento del Capitale: in Borsa per non restituire il debito contratto dal disastroso affare del solfato di rame basta dichiarare bancarotta. Zeno diventa così “l’uomo migliore della famiglia”, capace con la sua pervicace ma media ridicolaggine (a differenza della grandeur da viveur mitteleuropeo del suo alterego Guido) di diventare il faro dei Malfenti, quei Buddenbrook in salsa veneto-giuliana che sono forse l’elemento più parassitario di un testo in cui il protagonista immagina continuamante e reinventa nuove forme di malattia non accorgendosi di viverci dentro. Perché, oggi come allora, è la famiglia il batterio che ci miete tutti, proprio quando promette di essere il vaccino alla nostra sofferenza individuale. “A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure”. Nemmeno un figlio.

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