La recensione di "Sentimental Value", di Joachim Trier nelle sale italiane distribuito da Lucky Red e Teodora Film a partire dal 22 gennaio
Recensione a cura di Mario Turco
Dopo la visione di "Sentimental Value", di Joachim Trier nelle sale italiane distribuito da Lucky Red e Teodora Film a partire dal 22 gennaio, sono paradossalmente queste le principali domande etiche che ci sono rimaste impresse. Vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al 78º Festival di Cannes e candidato norvegese come miglior film straniero ai premi Oscar 2026, la nuova fatica del regista scandinavo nelle sue oltre due ore di durata compie un'involuzione morale talmente disorientante da lasciare freddi rispetto alla quantità di lacrime e conflitti che si vedono in scena. Sentimental Value racconta la storia di Nora (la bravissima Renate Reinsve), giovane ed affermata attrice di teatro ma con parossistici attacchi di panico che dicono molto sulla sua anima poco conciliata. Al funerale della mamma si fa improvvisamente vivo il padre di Nora ed ex marito della defunta, Gustav Borg (Stellan Skarsgård, perfetto nel ruolo), famoso regista cinematografico ma inattivo da quindici anni che dopo il divorzio aveva lasciato la Norvegia (e la famiglia) per tornare nella nativa Svezia. L'uomo chiede a sorpresa a Nora di interpretare la protagonista della sua ultima sceneggiatura, una storia semi-autobiografica ambientata proprio nella casa atavica che ha visto i loro rapporti prima splendere e poi deteriorarsi. La donna rifiuta e Gustav scrittura allora Rachel Kemp (Elle Fanning), rampante star statunitense, che porterà all'artista i soldi e le restrizioni di una produzione Netflix ma anche una relazione personale nuova e dolce, malinconica e comunicativa, in grado di farlo riflettere da un punto di vista esterno sulla sua vita. Nel frattempo anche Nora imparerà a fare i conti con i suoi fantasmi, paterni e personali...
Sentimental Value è un film che affascina più che convince. Ben girato e ben scritto, il lungometraggio infatti vuole raccontare una storia familiare dalle dinamiche non particolarmente originali attraverso una sentita e lodevole immersione nel momento in cui ci si trova finalmente a fare i conti con i resti di un nucleo familiare bloccato in non detti e ferite mai rimarginate. Per arrivare al cuore dei personaggi, Trier indaga in maniera quasi esclusiva i due protagonisti, Nora e Gustav, con un'attenzione che non sfocia mai nel pedinamento morboso ma con una vicinanza d'anima davvero encomiabile, in grado di far "parlare" sia la serendipità di un rapporto lavorativo all'apparenza commerciale sia l’opulenta dimora di casa che anche una volta diventata set cinematografico fa affiorare ricordi reali. Molto bravo nel suonare le corde sentimentali che legano padre e figlia in maniera anche inconscia ma fortissima – il rapporto di entrambi col piccolo Erik, la stima reciproca, la tristezza comune -, il regista però soffoca tutti gli altri personaggi, come la sacrificata Agnes, rendendoli pedine della scacchiera in cui a giocare sono solo soltanto i dolenti Gustav e Dora. La cifra cinefila di cui il film è imbevuto – la citazione in odore di video d’arte della sovrapposizione dei visi come in “Persona”, la battuta alleniana sullo sgabello Ikea chiusa non a caso dalle note di un clarinetto, le atmosfere rarefatte del miglior cinema d’autore europeo – rischia, soprattutto nelle sterile bordate rivolte al modo di lavorare delle piattaforme streaming (l’addetta stampa che non alza mai gli occhi dallo smartphone), di farlo scavallare nella vacuità dell’esercizio manierista ma Joachim Trier riesce a frenarsi in tempo, consegnando allo spettatore che voglia farsi avvolgere dalle spire dall’oscuro modo nordico di vedere l’esistenza (“nulla è più bello delle ombre”) un ritratto di famiglia disturbante e travolgente.





















