La recensione di "Wonder woman", di Antonio Latella e Federico Bellini che per la regia di Antonio Latella è in scena al teatro Vascello di Roma fino al 18 gennaio

Recensione a cura di Mario Turco

Lo stupratore sei tu. Non un appartenente al tuo stesso sesso, non un tuo connazionale, non qualcuno che conosci, non qualcuno che cena con te e nemmeno qualcuno che ti dorme accanto: lo stupratore sei tu. Le quattro donne che stanno sul palco guardano e indicano infatti proprio te perché, sì, lo stupratore sei tu. Prendendo a prestito le parole di "Un Violador en Tu Camino" (Uno stupratore sul tuo cammino), la canzone di protesta scritta dal gruppo cileno di teatro femminista Latesis, che ha fatto da colonna sonora alle proteste mondiali contro la violenza sulle donne, le attrici portano a compimento un'ora di insopportabile tensione scenica con gli unici versi con cui si può fare poesia e verità su quella che è probabilmente l'ingiustizia più grande delle società occidentali: "E non è colpa mia / né di dove ero / né di cosa indossavo: lo stupratore sei tu". 


È il momento più apicale di "Wonder woman", di Antonio Latella e Federico Bellini che per la regia di Antonio Latella è in scena al teatro Vascello di Roma fino al 18 gennaio. Profondamente immerso nella realtà dei nostri tempi - ed è purtroppo facile prevedere che lo sarà anche per i prossimi decenni -, lo spettacolo è un urlo di denuncia che si muove tra le forme del teatro civile innervandolo con quelle del contemporaneo. Il testo prende spunto da un fatto di cronaca: nel 2015, ad Ancona, una ragazza peruviana di 19 anni viene stuprata da un gruppo di ragazzi. Con una sentenza che suscitò molto scalpore, le giudici della Corte d’Appello chiamate ad emettere una sentenza sul fatto decisero però di assolvere gli imputati con motivazioni che misero in luce sia la profonda arretratezza giuridica tutta italiana nel trattare casi di questo genere sia la visione patriarcale che lorda sin dalle falde di diritto la nostra società. Secondo le giudici, infatti, la ragazza risultava “troppo mascolina” per essere attraente e causa di violenza sessuale. 


Produzione TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Stabilemobile, Wonder woman si muove in modo preciso ma anche lirico partendo dagli atti del processo e da lì spostandosi ulteriormente a raggiera per indagare i terribili pregiudizi e i mefitici stigma che sono stati alla base di quella preistorica sentenza. Attraverso il racconto polifonico delle quattro interpreti under 30 sul palco che indossano le scarpe rosse simbolo della lotta femminista - tutte bravissime: Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara e Beatrice Verzotti -, lo spettacolo chiama alla correità lo spettatore spingendolo ad interrogarsi sull'inquietante terreno comune di un flusso di coscienza che mischia le condanne morali perpetrate a buon mercato da poliziotti ("non doveva andare così ma è andata così"), genitori e stupratori al doverosamente crudo racconto della violenza subita dalla ragazza peruviana ("la mia fica rifatta non è una menzogna"). Wonder woman spinge l'espressività della rappresentazione cavalcando alcuni degli stilemi più audaci del medium: dalle scene performative in cui le ragazze riportano in maniera belluina le voci degli uomini che intervallavano con le loro meschinità le trentatré birre che bevevano durante lo stupro prima del dantesco "Benvenuta all'inferno" fino ad una vera e propria sinfonia del bla bla bla, messa in musica subita dopo una, questa sì veramente inascoltabile, litania di luoghi comuni sessisti ("com'eri vestita?") e maschilisti ("Che vuol dire che ci hai ripensato durante l'atto sessuale? Una cosa la vuoi o non la vuoi"). In questa lettura dell’orrore quotidiano di cui le nostre diete mediatiche propongono continui talk-show senza mai un vero approfondimento e che il testo condanna con qualche lirismo sfasato e il facile slogan “Spegnete ‘sta cazzo di tv”, si eleva invece la veloce antologia che mostra come per prendere atto che la colpa è del patriarcato (e, nota personale, che il risolino di sbeffeggio all’ascolto di questa frase durante il finale ci sia arrivato da un uomo di 60 anni la dice lunga sul lavoro da fare) anche i nostri due pilastri culturali debbano essere abbattuti. I passaggi della bibbia cristiana e della letteratura greca che studiamo accettando supinamente come retaggio dei tempi debbono essere letti criticamente alla luce di queste lotte e bruciati quando serve. Perché caro e vecchio Ovidio, lo stupratore sei tu e le giudici che ti hanno letto per secoli quando scrivi che “questa violenza piace alle donne. Vorrebbero essere costrette con la forza a concedere ciò che desiderano concedere”.

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