Recensione: Il capolavoro rubato, di Daniel Silva

Titolo
: Il capolavoro rubato
Autore: Daniel Silva
Editore: HarperCollins Italia
Pagine: 411
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 19,50 €

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Recensione a cura di Luigi Pizzi

In Il capolavoro rubato Daniel Silva costruisce una storia che si muove con eleganza tra il mondo dell’arte e quello dell’inganno, scegliendo un passo meno frenetico rispetto ai thriller puramente d’azione, ma non per questo meno teso. La trama parte da un evento che ha l’eleganza di un mistero storico: una figura trovata senza vita nella laguna di Venezia è il primo indizio di un furto che scuote il cuore della cristianità e del mondo dell’arte. Dietro all’apparente casualità si cela un'opera perduta di Leonardo da Vinci, scomparsa dalla collezione vaticana in circostanze tanto misteriose quanto audaci. Allon si trova così a dover seguire tracce che attraversano banche svizzere, oligarchi senza scrupoli e le maglie oscure della Camorra, scoprendo che la bellezza di un capolavoro può essere al tempo stesso preda e moneta in un gioco di ricatti e corruzione.


Al centro della storia c’è ancora una volta Gabriel Allon, ma non l’agente operativo dei primi romanzi della serie. Qui lo incontriamo in una fase diversa della sua vita: più maturo, segnato dalle scelte passate, apparentemente lontano dall’azione diretta. Restauratore d’arte di fama internazionale, Gabriel vive in equilibrio precario tra la bellezza che cerca di salvare e le ombre che continuano a inseguirlo. La sua competenza artistica non è un semplice dettaglio, ma diventa la chiave narrativa del romanzo: solo chi conosce davvero il valore di un’opera, la sua storia e la sua fragilità, può capire quanto profondo sia il crimine che si cela dietro il furto. Man mano che l’indagine si sviluppa, la trama si apre come una mappa complessa che attraversa l’Europa. Il lettore viene condotto tra musei, collezioni private, banche opache e ambienti criminali dove l’arte è merce di scambio, strumento di ricatto e simbolo di potere. Nulla è mai del tutto visibile: ogni pista conduce a un’altra, ogni verità è parziale. Silva costruisce così una storia che procede per strati, in cui ciò che conta non è solo “chi ha fatto cosa”, ma perché lo ha fatto e chi ne trae davvero beneficio. Accanto a Gabriel si muove una galleria di personaggi secondari ben delineati, anche se spesso volutamente enigmatici. Cardinali, finanzieri, intermediari d’arte e criminali agiscono secondo logiche che raramente coincidono con la giustizia o la morale. Nessuno è completamente innocente, e quasi tutti custodiscono un segreto. È un mondo in cui la rispettabilità è spesso una maschera e in cui le istituzioni, anziché offrire protezione, diventano talvolta parte del problema. Questo rende il romanzo particolarmente efficace nel mostrare quanto sottile sia il confine tra legalità e corruzione. Gabriel Allon, però, resta il vero perno emotivo della storia. Non è un eroe invincibile, ma un uomo che conosce il peso delle proprie scelte e che si muove con cautela, consapevole che ogni passo può avere conseguenze irreversibili. La sua umanità emerge nei momenti di dubbio, nelle esitazioni, nel modo in cui osserva le opere d’arte come fossero esseri viventi da proteggere. In lui convivono il senso del dovere e il desiderio di pace, la fedeltà al passato e la tentazione di lasciarselo alle spalle. 


Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è senza dubbio lo stile narrativo di Daniel Silva, che si distingue per equilibrio, precisione e una raffinata capacità di evocare atmosfere. La sua prosa non cerca effetti spettacolari o virtuosismi inutili, ma punta a una chiarezza elegante che accompagna il lettore dentro la storia con naturalezza e continuità. Silva scrive con un ritmo controllato, quasi misurato, che alterna momenti di introspezione a passaggi più tesi senza mai perdere fluidità. Le scene non vengono mai sovraccaricate di dettagli, eppure risultano vivide: bastano pochi tratti ben scelti per rendere credibili una sala museale, una calligrafia antica, un palazzo veneziano o una stanza dove si consuma un dialogo decisivo. Un altro elemento distintivo è il modo in cui l’autore intreccia il linguaggio del thriller con quello della narrativa culturale. Il lessico legato all’arte, alla storia e alla conservazione delle opere non appesantisce la lettura, ma arricchisce la storia di spessore e autenticità. Il risultato è una scrittura che riesce a essere al tempo stesso accessibile e sofisticata, capace di parlare sia a chi ama l’azione sia a chi apprezza una dimensione più riflessiva. La trama, pur ricca di intrecci, non perde mai di vista il suo nucleo tematico: il valore della bellezza in un mondo disposto a distruggerla pur di possederla. Il furto che muove la storia diventa così una metafora più ampia: ciò che è prezioso viene spesso ridotto a strumento di potere, e chi cerca di salvarlo deve sporcarsi le mani, accettando compromessi dolorosi. Nel complesso, Il capolavoro rubato è un romanzo che privilegia l’atmosfera, la costruzione lenta della tensione e la profondità dei personaggi rispetto all’azione pura. È una storia che chiede attenzione e pazienza, ma che ripaga con un intreccio solido e un protagonista credibile, capace di evolversi senza perdere la propria identità.

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Pluripremiato autore regolarmente ai primi posti nella New York Times Bestsellers List, Daniel Silva ha raggiunto il successo grazie alla fortunata serie che ha come protagonista Gabriel Allon: i suoi romanzi, tra cui La spia inglese, La vedova nera, La casa delle spie e L’altra donna, pubblicati da HarperCollins, sono entrati nelle classifiche dei libri più venduti nel mondo e sono stati tradotti in oltre trenta lingue. Vive in Florida con la moglie, la giornalista televisiva Jamie Gangel, e i due figli Lily e Nicholas. Per saperne di più visita il sito www.danielsilvabooks.com

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