La recensione de "Le notti bianche" di Fédor Dostoeveskij, adattamento e regia di Lucia Rocco, in scena al Teatro Torlonia di Roma fino al 7 giugno
Recensione a cura di Mario Turco
La prima nazionale di questa produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale conferma ancora una volta il terzo palcoscenico della Fondazione Teatro di Roma come casa ideale di riduzioni letterarie che scelgono di concentrarsi più sulla potenza evocativa della parola dei capolavori che sulla sfarzosità della messa in scena. Lo sguardo della regista rilancia questa idea strutturale cogliendo del romanzo breve dello scrittore russo, apice non solo della sua produzione giovanile ma vero e proprio viatico delle opere della maturità - quasi tutti i suoi personaggi tormentati sono Sognatori che si sono lasciati incattivire dalla vita -, innanzitutto la sensibilità contemporanea delle memorie del suolo pietroburghese del protagonista. Servendosi della volutamente scabra scenografia di Francesca Tunno, Le notti bianche comincia difatti col monologo del Sognatore che tormentandosi sulla panchina illustra al pubblico il senso di abbandono che prova quando i suoi concittadini, per sfuggire alla calura estiva, abbandonano la città per rifugiarsi nelle dacie di campagna. Il tono del suo discorso passa dalla mestizia del cittadino privato dei suoi rituali - la mancata scappellata con lo sconosciuto vicino dopo non essersi visti per due giorni - alla dolcezza del flâneur urbano che si consola con i dialoghi (molto morettiani) con case dipinte improvvidamente e orrendamente di giallo. L'interpretazione di Paolo Cresta e, di converso, della regista Rocco è, in questo senso, attenta nell'ampliare la gamma sentimentale del povero ragazzo portandolo ancora più vicino allo spettatore di quanto avesse fatto lo stesso Dostoeveskij: il Sognatore ha infatti esplosioni animose di trasporto parossistico, così come il suo subitaneo attaccamento a Nasten'ka sembra più indice di un disturbo dello spettro autistico che il necessario effetto di una solitudine disperata. È il prezzo da pagare per una riduzione che, d'altro canto, ha però il merito di insistere sul lirismo originale e su una costruzione narrativa talmente semplice - quattro notti in cui l'unica l'azione è il recapito di una lettera (che non vediamo nemmeno) - che solo la poesia di ciò che si dice può rendere empatica a uno spettatore del 2026.
La radicalità verbale di Le notti bianche è riassumibile, quindi, nella rinuncia a facili soluzioni visive che diano magari conto del vischioso candore del titolo: il passare dei pochi giorni è affidato ai video di Alessandro Papa che li connota con cromatismi vicini ai sentimenti del protagonista (dal cupo blu/verde della prima notte al rosso/arancione della terza fino al ritorno alla tetraggine dell'ultima) piuttosto che al contesto urbano. Anche la durata dello spettacolo, un'ora e mezza di monologhi e dialoghi a due, dimostra il coraggio di voler rendere in maniera autentica l'amore verso un testo miracoloso: non ci sono tagli sostanziali né attualizzazioni semantiche che avrebbero snaturato un flusso di coscienza eminentemente ottocentesco ma ancora in grado di accendere cuori giovani. Così anche il dramma del ricongiungimento della giovane donna (Francesca Piccolo, fin troppo trasparente in un ruolo che avrebbe richiesto invece maggiore presenza) con l’uomo amato, ai danni e a disdoro del protagonista, suscita la giusta compassione: il rischio di un patetismo di maniera viene evitato, infatti, sia attraverso una rappresentazione asciutta del momento fatale sia attraverso una delle più straordinarie catarsi d’amore mai scritte. “Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?”






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