La recensione del film "Toy story 5", di Andrew Stanton nelle sale dal 18 giugno distribuito da Walt Disney Studios Motion Picture

Recensione a cura di Mario Turco

Partiamo da una notizia, datata i primi di Maggio di quest'anno, che segna un altro passo dello schizofrenico rapporto dell'industria del cinema con una delle sue componenti più futuristiche: il Consiglio dell'Academy of Motion Picture Arts and Sciences, che gestisce gli Oscar, in quell'occasione aveva stabilito nuove e ferree regole che vietano candidature per attori e sceneggiature generate dall’IA per la prossima edizione della cerimonia dei premi cinematografici più famosi. Un blocco limitato quindi al solo uso "creativo", qualunque cosa voglia dire, e non all'aspetto meramente tecnico delle categorie più professionali, come ad esempio successo nel caso della tempesta mediatica che investì "The brutalist", di Brady Corbet che si era sì servito di un software di IA, Respeecher, per modificare la pronuncia dei due protagonisti nelle parti in ungherese ma che infine si è rivelata una scelta che Hollywood ha mandato comunque giù in nome di un aiuto che non alterava in modo significativo il realismo della performance umana. 


Facciamo un passo in avanti di qualche settimana e veniamo all'oggi con l'uscita di “Toy story 5”, di Andrew Stanton nelle sale dal 18 giugno distribuito da Walt Disney Studios Motion Picture. Il quinto capitolo della saga Pixar più redditizia di sempre ragiona infatti con grande tempismo sulle potenzialità e i limiti della tecnologia nel mondo dei giocattoli facendo della sua trama una metafora abbastanza scoperta dei discorsi che il mondo del cinema sta affrontando da quando l'intelligenza generativa ha sconvolto le nostre vite. Toy Story 5 comincia esattamente dalla fine del precedente capitolo: la cowgirl Jessie è ormai diventata il centro dell'attenzione della piccola Bonnie. La bambina, però, ha una fantasia e un modo di giocare prettamente analogici che le impediscono di fare amicizia con gli altri coetanei, oramai rivolti verso esperienze ludiche che vedono al centro luminescenti schermi. Per cercare di risolvere questa difficoltà di socializzazione, i genitori regalano a Bonnie Lilypad, un tablet che dietro la simpatica forma di rana nasconde però un hardware ultratecnologico fatto di tantissimi giochi e una chat che le permette di fare amicizia con le sue compagne di danza, fino ad arrivare addirittura all'invito di un pigiama party. Jessie, Buzz, Forky e tutti gli altri giocattoli si ritrovano quindi addirittura accantonati in cantina, vittime, come dice il dinosauro Rex, di "un'estinzione, di nuovo!". Quando Bonnie però viene dileggiata dalle sue nuove compagne perché non è ancora disposta del tutto a lasciarsi andare a un'interazione troppo passiva, toccherà a Jessie e ai ritrovati Buzz e Woody trovare per la sua proprietaria un'amica capace di condividere fisicamente la capacità di divertirsi e non soltanto svagarsi digitalmente... 


Toy story 5 racconta una storia con cui, come quasi sempre nelle produzioni Pixar, è facile empatizzare: la dicotomia tra i vecchi e sorpassati giocattoli e quelli nuovi, fatti prevalentemente di silicio e talmente iperconnessi da dare anche al bambino i risvolti negativi della vita social - i meme e le emoji di scherno come forma anticipata di cyber bullismo - è sviluppata con delicatezza e senza mai perdere di vista il lato emotivo della faccenda. Certo, la sceneggiatura mostra chiaramente quale sia il corretto processo educativo per uno sviluppo ottimale del bambino, scegliendo di far esplicitare i messaggi più profondi ai membri principali della saga, ma la demonizzazione della tecnologia che si vedeva già dal trailer viene recuperata attraverso la simpatia della primissima generazione di giocattoli digitali, come ad esempio lo straordinario personaggio di Smarty Pants. Ecco allora che perfino la diabolica Lilypad alla fine mostrerà che dietro i suoi evoluti circuiti c'è, sempre e ancora, un cuore di bontà rendendosi perfino utile a superare le difficoltà relazionali della piccola Bonnie. Come dice Jessie nel momento massimo di tensione, è vero che i dispositivi tecnologici "fanno crescere troppo in fretta e rubano il tempo" ma Toy Story 5 vuole avere un afflato universalista, teso più all'arte del salutare compromesso - le regole di utilizzo, la presenza dei genitori, il lato social degli schermi come via per scendere a giocare in strada invece che unico fine – che ad un allarme generalizzato contro i bit che avanzano. E pazienza se non tutto fila liscissimo in questo discorso culturale e se Stanton chiude la love story tra Jessie e Buzz più come atto fandomico che come sentito sviluppo narrativo: Toy story 5 è un sequel che ha più anima e sentimento di quella che Chat GpT potrà mai avere. Fino al prossimo aggiornamento, s’intende.

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