Titolo: Da dove vengono le mie lentiggini?
Autore: Nikola Huppertz
Editore: Lapis
Pagine: 248
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 12,90 €
Una delle cose più belle del romanzo è proprio il modo in cui Nikola Huppertz evita ogni giudizio netto. Markus non viene trasformato né in un eroe romantico né in un uomo completamente sbagliato. Era affascinante, pieno di energia, amante della musica e della vita, ma aveva anche fragilità enormi, soprattutto il rapporto con l’alcol. La madre di Lisse lo ha amato profondamente, eppure ha scelto di crescere sua figlia lontano da lui. Il libro non cerca soluzioni semplici: mostra quanto possano essere complicati gli affetti, soprattutto quando amore e dolore convivono. Anche la voce narrante funziona benissimo. Lisse racconta tutto con quello sguardo tipico dei dodici anni: intelligente, ironico, a volte spietato, altre fragilissimo. I suoi pensieri sembrano veri, spontanei. La batteria, che suona quasi per sfogarsi, diventa il ritmo stesso del romanzo: nei momenti di rabbia, di tristezza, di confusione. È anche uno dei pochi legami invisibili che la uniscono a Markus. Huppertz ha uno stile semplice solo in apparenza. In realtà riesce a dire tantissimo attraverso dettagli quotidiani: una sigaretta fumata sul balcone, un gelato mangiato in silenzio, una canzone, una conversazione lasciata a metà. Non c’è mai retorica, mai la sensazione che il libro voglia insegnare qualcosa. E forse è proprio questo a renderlo così forte. Da dove vengono le mie lentiggini? è un romanzo che parla di identità, memoria e famiglia, ma soprattutto delle tracce che le persone lasciano dentro di noi, anche quando sembrano lontanissime. È una storia delicata e intensa, malinconica ma mai disperata, che riesce a parlare di lutto senza perdere leggerezza e calore umano. Un libro capace di emozionare davvero, perché racconta il dolore senza filtri ma anche senza buio assoluto. E perché, alla fine, ricorda che certe persone continuano a vivere nei gesti, nelle passioni, nelle somiglianze improvvise che scopriamo dentro di noi.
Nikola Huppertz, studentessa di Psicologia alla Humboldt Universität di Berlino, ha abbandonato i corsi alla nascita del suo primo figlio. Da allora, ha cominciato a fare per lavoro ciò che fin da piccola amava più di ogni cosa, ovvero scrivere, e ha pubblicato più di venti romanzi e albi illustrati per bambini e ragazzi. È una delle penne più brillanti della narrativa contemporanea tedesca. Pubblicato nel 2021, il suo Bella come un otto è stato nominato per il Jugendliteraturpreis 2022, uno dei più prestigiosi e longevi premi letterari tedeschi di letteratura giovanile.
Autore: Nikola Huppertz
Editore: Lapis
Pagine: 248
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 12,90 €
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Recensione a cura di Luigi Pizzi
Nikola Huppertz, con Da dove vengono le mie lentiggini?, riesce a fare una cosa difficilissima: raccontare la morte, l’assenza e la crescita con una naturalezza disarmante, senza mai appesantire il lettore. È uno di quei romanzi che parlano di dolore, sì, ma che allo stesso tempo sono pieni di vita, di movimento, di persone vere. La storia si apre con una notizia improvvisa: il padre biologico di Lisse è morto in un incidente stradale. Un uomo che lei, in realtà, non ha mai conosciuto davvero. Markus è sempre stato “quel tipo di Berlino”, una figura lontana di cui la madre parlava pochissimo. Eppure, da quel momento, qualcosa cambia. Quel vuoto che per anni era rimasto silenzioso diventa improvvisamente concreto, ingombrante, impossibile da ignorare. È proprio questo il cuore del romanzo: il rapporto con qualcuno che non c’è stato, ma che continua comunque a lasciare tracce. Lisse non sa nemmeno se abbia il diritto di essere triste, e il libro riesce a rendere benissimo quella sensazione confusa, quasi contraddittoria, di dolore per una persona mai davvero avuta. Da qui parte il viaggio: Berlino, il Baltico, Rostock, luoghi legati al passato di Markus e alla storia d’amore tra lui e la madre di Lisse. Un road trip che, tappa dopo tappa, diventa qualcosa di molto più profondo di una semplice ricerca di ricordi. È un modo per ricostruire una persona attraverso gli altri, ma anche per ricominciare a guardarsi davvero tra madre e figlia.
Nikola Huppertz, con Da dove vengono le mie lentiggini?, riesce a fare una cosa difficilissima: raccontare la morte, l’assenza e la crescita con una naturalezza disarmante, senza mai appesantire il lettore. È uno di quei romanzi che parlano di dolore, sì, ma che allo stesso tempo sono pieni di vita, di movimento, di persone vere. La storia si apre con una notizia improvvisa: il padre biologico di Lisse è morto in un incidente stradale. Un uomo che lei, in realtà, non ha mai conosciuto davvero. Markus è sempre stato “quel tipo di Berlino”, una figura lontana di cui la madre parlava pochissimo. Eppure, da quel momento, qualcosa cambia. Quel vuoto che per anni era rimasto silenzioso diventa improvvisamente concreto, ingombrante, impossibile da ignorare. È proprio questo il cuore del romanzo: il rapporto con qualcuno che non c’è stato, ma che continua comunque a lasciare tracce. Lisse non sa nemmeno se abbia il diritto di essere triste, e il libro riesce a rendere benissimo quella sensazione confusa, quasi contraddittoria, di dolore per una persona mai davvero avuta. Da qui parte il viaggio: Berlino, il Baltico, Rostock, luoghi legati al passato di Markus e alla storia d’amore tra lui e la madre di Lisse. Un road trip che, tappa dopo tappa, diventa qualcosa di molto più profondo di una semplice ricerca di ricordi. È un modo per ricostruire una persona attraverso gli altri, ma anche per ricominciare a guardarsi davvero tra madre e figlia.






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