29 marzo 2015

Recensione: IL RAGAZZO IN SOFFITTA di Pupi Avati

Titolo: Il ragazzo in soffitta
Autore: Pupi Avati
Editore: Guanda
Pagine: 256
Anno di pubblicazione: 2015
Prezzo copertina: 16,00

 
Recensione a cura di Eleonora Cocola

Berardo Rossi, detto Dedo, ha quindici anni ed è un «ragazzo imperterrito»: brillante e popolare, odia il latino e, anche se vive a Bologna, tifa Milan come suo padre, che ha lasciato la moglie e i figli per mettersi con una più giovane. Dedo vive con suo madre e col fratello minore autistico Follo, a cui il ragazzo vuole particolarmente bene proprio perché sa che non può guarire. Quando Giulio Bigi si trasferisce nel suo palazzo e inizia a frequentare la sua stessa classe, Dedo lo considera subito uno “sfigato”: Giulio è timido, impacciato, un po’ sovrappeso, legge l’Eneide come se fosse «Tutto sport» e porta delle cravatte ridicole.

I due ragazzi non sembrano avere nulla in comune a parte la mancanza del padre (anche Giulio vive solo con la mamma); eppure, nonostante tutte le differenze che li separano, i due finiscono per diventare amici, perché a volte è incomprensibile il meccanismo che fa nascere dei legami inaspettati fra le persone, e del resto «volere bene è un mistero che lo capisci solo se ci pensi molto». La famiglia di Giulio però nasconde un passato inquietante: il ragazzo non ha mai conosciuto suo padre, che a causa di una misteriosa malattia è chiuso da diversi anni in un ospedale psichiatrico. Ora l’uomo sta per ricongiungersi con la sua famiglia, ma il suo ritorno costringerà Dedo e Giulio a confrontarsi con il riaffiorare di uno scheletro dall’armadio, una storia sinistra e oscura che costringerà i due ragazzi ad affrontare da soli, con il solo sostegno l’uno dell’altro, il peso e le conseguenze di un evento più grande di loro.

Il ragazzo in soffitta è il primo romanzo di Pupi Avati, che per il suo esordio ha scelto di confrontarsi col genere noir, creando un intreccio avvincente, ben costruito e psicologicamente raffinato. Alternando il racconto ambientato a Bologna delle vicissitudini di Dedo e Giulio con la vicenda del padre di quest’ultimo, svoltasi molti anni prima in una malinconica Trieste, il celebre regista italiano indaga i complessi meccanismi di origine del male, narrando «la genesi di un orco destinato a compiere un atto definitivo e orribile, una persona che nella sua vita ha subito una serie di eventi che lo hanno colpito ed emarginato tanto da renderlo ostile». Per raccontare questa storia e affrontare questa delicata tematica, Pupi Avati non ha scelto il mezzo cinematografico che gli è familiare, bensì la letteratura: un po’ perché, come ha lui stesso dichiarato, quest’ultima è un’arte che più del cinema può mirare all’immortalità; un po’ perché ben si presta all’approfondimento psicologico, permettendo di soffermarsi sugli stati d’animo e sui risvolti interiori delle vicende narrate.

Non bisogna farsi ingannare dalla rapidità con cui gli eventi si svolgono, intrecciandosi a creare una trama avvincente che avvinghia il lettore alle pagine del libro: l’introspezione psicologica c’è anche se si vede poco, essendo tutta implicita nelle vicende che hanno segnato la vita del padre di Giulio. Lo spazio per la riflessione sulle origini del mostro è quindi lasciato alla fine della lettura, la cui geniale conclusione lascerà il lettore a bocca aperta.

L'AUTORE
Pupi Avati è uno dei più amati registi italiani contemporanei, con all’attivo oltre quaranta tra film, sceneggiati e miniserie televisive che gli sono valsi numerosi premi. Ha pubblicato nel 2013 la sua autobiografia, La grande invenzione. Questo è il suo primo romanzo.

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