8 aprile 2015

Oops! Ho perso l'arca; White God: recensioni dei film in uscita il 9 aprile

Recensioni a cura di Eleonora Cocola

È in arrivo un grande diluvio e gli animali sono tutti chiamati a raccolta per salire sull’arca che Noè ha costruito per far fronte all’emergenza. Al raduno si presentano anche Dave e Finny, padre e figlio, due Nasocchioni eterni girovaghi, sempre in cerca di un luogo da chiamare definitivamente casa. Non essendo provvisti della certificazione necessaria per salire sull’arca, si travestono e si accodano alla Musona Hazel e a sua figlia Leah, ponendo le basi per una finta e litigiosissima famigliola.

I due riescono così a imbarcarsi, ma i piccoli Finny e Leah non tardano a cacciarsi nei guai, e finiscono col perdere l’arca ed essere lasciati in balia del diluvio. Si formano così due coppie inconsuete obbligate a convivere e a trovare un punto d’incontro nonostante le differenze: Nasocchioni e Musoni sono infatti due specie diversissime fra loro; i primi sono estroversi e un po' imbranati, sanno dare ottimi abbracci e con il loro spiccato senso dell’arredamento sono in grado di rendere confortevole anche il più squallido tugurio; I Musoni invece sono solitari e combattivi, non sono soliti mostrare paura ed evitano accuratamente qualsiasi tipo di sentimentalismo. Le circostanze difficoltose però spingeranno i protagonisti a maturare, superando i loro pregiudizi e tirando fuori risorse che neanche sapevano di avere...

La tematica della convivenza tra specie animali caratterizzate da abitudini molto differenti fra loro è presente sia a livello più superficiale (i carnivori ad esempio sono costretti ad abbandonare le loro abitudini alimentari durante la navigazione) che a livello più profondo: per sopravvivere alle avversità che li minacciano Hazel, Dave, Finny, Leah e Obesino imparano a integrarsi e ad accettare i limiti l’uno dell’altro, aiutandosi a vicenda. Il film tratta così la tematica dell’amicizia in maniera abbastanza originale e leggera, concedendosi in qualche momento di rallentare l’azione per lasciare un po' di spazio alla riflessione; ad esempio, le considerazioni che talvolta Finny e Obesino fanno sul senso di inadeguatezza che li accomuna sono commoventi senza risultare affatto pesanti, un po' per la scarsa dose di autocommiserazione, un po' grazie alla loro breve durata.

È apprezzabile anche l’idea di dare un po' di spazio alle figure dei genitori e alla sempre delicata tematica del loro rapporto con i figli: in questo senso il punto di vista di Hazel e Dave, che a causa della situazione angosciante di aver perso i loro piccoli tirano fuori lati nascosti di se stessi, è chiarissimo e realistico; manca invece un vero approfondimento sul modo in cui i piccoli si relazionano con le figure genitoriali. L’invenzione ex novo di specie animali, i tenerissimi Nasocchioni e i feroci Musoni, è molto azzeccata: peccato che sia limitata ai soli protagonisti, mentre i restanti personaggi sono tutti animali esistenti. Se lo stesso estro creativo avesse investito tutto il mondo animale il risultato sarebbe forse stato ancora più esilarante!

A causa di un lungo viaggio di lavoro che terrà sua madre all’estero per tre mesi, la tredicenne Lili viene affidata a suo padre. L’uomo però è restio ad accettare la presenza di Hagen, il cane di Lili; quando poi scopre che, per favorire l’allevamento dei cani di razza, il governo ha imposto una tassa per i padroni di cani meticci, decide immediatamente di liberarsi di Hagen. L’uomo finisce per abbandonare il cane, spezzando il cuore della figlia, che fa di tutto per ritrovare il suo amico. Per Hagen inizia una pericolosa odissea: sfugge agli accalappiacani che cercano di catturarlo per destinarlo al canile, si unisce a un branco di cani randagi; finisce vittima di uomini senza scrupoli che lo maltrattano e lo sfruttano per i combattimenti. Intanto Lili, dopo tanti tentativi falliti di ritrovare Hagen, si arrende: trova la forza per perdonare suo padre, il cui comportamento deriva in fondo da una profonda sofferenza legata all’abbandono da parte della moglie, e per andare avanti con la sua vita; si sforza di fare nuove amicizie e di dare il massimo nell’orchestra in cui suona la tromba. Hagen finisce in canile e il suo destino sembra segnato, ma inaspettatamente la situazione si capovolge, e davanti al cane e ai suoi compagni di sventura si apre una prospettiva di ribellione.

Con questo lungometraggio Kornel Mundruzco esplora temi profondi e attuali, mettendo in campo vari livelli di lettura: il titolo, White God, è la chiave dell’allegoria che il film sviluppa, facendosi metafora di un discorso morale. La domanda non è se Dio è bianco, ma che rapporto ha con i suoi sudditi, o meglio, più in generale, quali sono le dinamiche fra padroni e servi. Il cane è qui emblema dell’essere completamente sottomesso all’uomo, che ha totale potere sull’animale: per il cane il padrone è il suo Dio, qualsiasi cosa egli faccia. Qualsiasi cosa egli faccia? E se invece il suddito si ribellasse? Se l’animale, inferiore e per sua natura sottoposto all’uomo, si ribellasse contro il padrone?

White God non è solo la storia di una ragazzina e del suo cane, anche se questo aspetto regge la trama e concorre a renderlo un film che può colpire il cuore di chiunque. Le avventure di Hagen e Lili sono fondamentalemente un pretesto per fare un discorso più ampio sulla civiltà occidentale e per muovere «una critica dell'Ungheria di una volta e di quella del futuro, dove un’esigua minoranza domina su una massa più estesa. Questo sta diventando sempre più vero anche per l'Europa». La ribellione finale dei cani randagi contro l’essere umano che li ha maltrattati suona come un monito: l’uomo deve prestare attenzione a come tratta le minoranze e gli esseri su cui può esercitare potere, in primis gli animali. Un discorso analogo lo fece Milan Kundera quando scrisse che «il vero esame morale dell’umanità, [...] è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli animali. E qui sta il fondamentale fallimento dell’uomo, tanto fondamentale che da esso derivano tutti gli altri».

Il tema non è nuovo al grande schermo, basti pensare ad esempio a Il pianeta delle scimmie - soprattutto al prequel del 2011 - che lo affronta in chiave epica. La scelta di rappresentare un mondo animale vicino all’uomo deriva dall’ispirazione che Mundruzco ha tratto dalla letteratura di Coetzee; anche White God comunque fuoriesce dall’atmosfera quotidiana e realistica con scene di grande potenza suggestiva: in particolare alla fine, quando le riprese mostrano un branco di 200 cani che agiscono come un esercito organizzato e una ragazzina che da sola è in grado di ammansirli suonando la tromba. Trasponendo la tematica sociale e morale al rapporto uomo-cane e raccontando la storia della separazione tra Lili e Hagen questo film, oltre a far riflettere, colpisce fortemente a livello emotivo: è impossibile restare indifferenti alle vicende dei randagi perseguitati, anche perchè le scene violente non mancano; ma risultano commoventi anche i momenti di tenerezza fra la ragazzina e il suo amico a quattro zampe, o fra quest’ultimo e i suoi amici randagi, complice anche l’incredibile performance recitativa del cane che interpreta Hagen.

Agli amanti degli animali (ma non solo) questo film strapperà sicuramente qualche lacrima, ma forse li consolerà sapere che tutti i cani presente nel film provenivano da canili, e alla fine delle riprese sono stati adottati.  

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