sabato 25 luglio 2015

Recensione: COME DONNA INNAMORATA di Marco Santagata

Titolo: Come donna innamorata
Autore: Marco Santagata
 
Editore: Guanda
Pagine: 192
Anno di pubblicazione: 2015 

Prezzo copertina: 16,50


Recensione a cura di Eleonora Cocola

Firenze, 8 giugno 1290: la morte di Bice Portinari a Firenze sconvolge la vita di Dante Alighieri, e condiziona una volta per tutte la sua poetica. Il grande poeta ha perso la sua musa, e l’unico sviluppo possibile di questa crisi è la rievocazione dell’amata, a cui Alighieri si abbandona con toni elegiaci, dando inizio a un’opera che sta in bilico fra poesia e prosa: la Vita nova. Passati alcuni anni, Dante è in esilio, amareggiato dalla sua disastrosa esperienza politica, ma sostenuto dalla convinzione di essere in procinto di portare a termine un capolavoro: la Divina Commedia.

In letteratura confrontarsi coi grandi personaggi è sempre un azzardo; per scrivere un romanzo su un poeta del calibro di Dante poi ci vuole fegato. Di certo Marco Santagata, dantista espertissimo, non correva il rischio di commettere inesattezze o strafalcioni storici; ma, è inevitabile, le aspettative dei lettori davanti a un libro del genere sono altissime, vista l’eccezionalità del personaggio. A Santagata, oltre all’ineccepibile precisione storica e biografica, va certamente riconosciuto il merito di aver trattato l’argomento in maniera circoscritta, scegliendo di concentrarsi su due tematiche: l’amore platonico per Beatrice e l’amicizia con Guido Cavalcanti, minata dall’invidia di quest’ultimo. Come donna innamorata quindi non pretende di parlare in maniera esaustiva dell’Alighieri, ma di approfondire alcuni aspetti della sua vita e della sua poetica, mettendo in luce il lato umano del personaggio. Ne emerge un Dante intimo, rappresentato non nella veste di grande lume della poesia italiana del Medioevo. ma in quella di uomo innamorato e di poeta agli esordi pieno di insicurezze e indebolito nel corpo e nell’anima dalle crisi epilettiche.

Dante scrive seduto a un umile tavolaccio mentre la moglie Gemma e la matrigna Lapa preparano la zuppa di cavolo e, per par condicio, anche la figura di Beatrice è affrancata dalla sua solita aura agiografica di donna-angelo, e descritta come una donna non bellissima, zimbello dei pettegoli fiorentini per via della sua sterilità, ma dotata di un fascino particolare, in grado diffondere armonia e pace tra chi le sta intorno.A chi si è sempre chiesto che cosa ne pensasse Gemma Donati, la moglie di Dante, dell’infatuazione del marito per la bella Bice, Santagata dà qualche risposta, facendo luce su un personaggio sempre messo in ombra e dimenticato.

Il tutto è piacevolmente immerso nell’atmosfera della Firenze di fine Duecento, descritta in memorabili scene di vita quotidiana piene dettagli riguardanti le abitudini e i riti della società fiorentina di allora, e narrato con uno stile scorrevole e urbano. Peccato solo che manchi un po’ di pathos: chi ama e ammira dal basso la grandezza dell’Alighieri non potrà che rimanere un poco deluso dall’ordinarietà a cui Santagata relega il suo Dante; questo vale sia per la trattazione del suo amore per Bice, che nel romanzo non sembra latore di quei tormenti che si trovano nelle pagine della Vita nova; anche dell’intensissimo rapporto amore-odio tra Dante e la sua Firenze rimane ben poco.

Insomma, l’intento di far emergere il Dante umano e intimo ha soffocato una personalità che tanto ordinaria non era, e l’impressione è che a questo libro, che pure è tutt’altro che sgradevole, manchi qualcosa di fondamentale.

L'AUTORE
Marco Santagata è nato a Zocca, in provincia di Modena; studioso di letteratura italiana, insegna all’Università di Pisa. Con il romanzo Papà non era comunista ha vinto il Premio Bellonci per l’Inedito 1996.

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