Recensione: IL CASO SPOTLIGHT, al cinema dal 18 febbraio

Recensione a cura di Eleonora Cocola

Nel 2001 la redazione del Boston Globe è rivoluzionata dall’arrivo di un nuovo direttore, Marty Baron: un uomo di poche parole, apparentemente pacato, ma ben deciso a dare ai giornalisti pane per i loro denti, nel senso di inchieste scottanti e casi in cui il confine tra informazione e investigazione si fa molto labile. Niente di meglio per il team di giornalisti che costituisce
l’unità Spotlight, tutti per natura votati al portare alla luce verità nascoste: Baron li mette subito al lavoro per indagare su un prete accusato di aver abusato di alcuni bambini. La vicenda scotta, si tratta di mettersi contro un mostro sacro (letteralmente) come la Chiesa cattolica. Anche perché l’inchiesta svela che il sacerdote in questione non è una mela marcia isolata, ma uno di tanti, troppi preti pedofili che negli anni la Chiesa ha protetto sistematicamente. I giornalisti di Spotlight finiscono per scoperchiare un vero e proprio vaso di Pandora, un intero sistema di omertà e corruzione che dalla diocesi di Boston si allarga a tutti gli Stati Uniti, in Europa, in Africa, in America Latina, coinvolgendo più di 100 diocesi in tutto il mondo.

Il film racconta l’evolversi dell’inchiesta con la stessa meticolosa precisione con cui i giornalisti di Spotlight indagarono sul caso degli abusi sessuali a danno dei bambini: lasciando perdere qulasiasi tipo di fronzolo – fotografia e regia sono estremamente essenziali, quasi spoglie – l’attenzione è tutta concentrata sul team di giornalisti; che non sono presentati come eroi senza macchia e senza paura, ma come persone determinate a portare a termine il loro lavoro. Con un ritmo serrato e una narrazione lineare e diretta, il film racconta le indagini delle persone che lavorarono al caso giorno e notte, anima e corpo, facendo i conti con le resistenze dei funzionari ecclesiastici, con annuari infiniti da consultare ed elenchi da compilare; ma anche con le minacce legali, con le istituzioni conniventi che hanno messo sotto chiave documenti fondamentali, con la reticenza delle vittime che spesso e volentieri esitano (comprensibilmente) ad esporsi.

Non c’è un personaggio che spicca più degli altri tanto da poter essere considerato il protagonista: questo ruolo è distribuito in modo corale tra il caporedattore Walter “Robby” Robinson (Michael Keaton), i cronisti Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams), Michael Rezendes (Mark Ruffalo, particolarmente convincente come cronista trasandato e determinatissimo) e Matt Carroll (Brian d’Arcy James), replicando quello stesso gioco di squadra che ha reso possibile l’esito positivo delle indagini. Anzi, ad essere protagnisti sono i fatti; e forse a farne le spese è il lato emotivo della storia, materiale potenzialmente esplosivo ma volutamente non sfruttato appieno per dare spazio a tutto il resto. Questo minimalismo emotivo e stilistico fa risaltare la bravura del cast, oltre che l’ottima costruzione della trama: ne risulta un gran bel film, avvincente oltre che interessante, non per niente candidato a sei Oscar.

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