22 novembre 2016

La recensione in anteprima di 3 GENERATIONS, al cinema dal 24 novembre

Recensione a cura di Eleonora Cocola

Per essere un’adolescente, Ramona (Elle Fanning) ha le idee molto chiare su quello che vuole: è da quando ha quattro anni che nel profondo sa di essere un maschio, motivo per cui si fa chiamare Ray, e non vede l’ora di cominciare la terapia ormonale che la porterà a realizzare la sua vera identità. Sua madre Maggie (Naomi Watts), accetta completamente sua figlia ed è pronta
a starle vicino nel difficile percorso che la porterà a diventare un ragazzo. Paradossalmente, chi nutre qualche dubbio è la nonna lesbica Dolly (Susan Sarandon), la quale fatica a concepire l’idea di stravolgere il proprio corpo cambiando sesso.

Il vero problema è che Ray è minorenne, e per dare inizio alla transizione da femmina a maschio c’è bisogno del consenso di entrambi i genitori. Maggie è pronta a firmare, ma deve rimettersi in contatto con l’ex marito Craig (Tate Donovan), il quale dopo la rottura si è creato un’altra famiglia. Non solo i due non si vedono da anni, non solo bisogna spiegare a Craig che la figlia che non ha mai conosciuto vuole diventare un maschio; per Maggie significa anche affrontare un passato burrascoso, e chi rischia di pagarne le conseguenze è proprio Ray.

Una sedicenne che si sente un maschio, una madre single incapace di staccarsi dalla casa in cui è cresciuta, una nonna lesbica dall’ironia irresistibile. Gli ingredienti principali di 3 Generations sono tutti qui, e sono più che sufficienti per farne un film splendido, capace di parlare di amore e accettazione in maniera delicata, inedita, ironica. La delicatezza del tema, che si presterebbe a una narrazione in toni drammatici, qui è stemperata da una serie di fattori: ad esempio il rapporto strettissimo, amorevole anche se non privo di conflitti, tra madre e figlia, che ha il suo baricentro nel personaggio di Maggie; capace di un’accettazione completa e coraggiosa di Ray, è allo stesso tempo una donna fragile e bisognosa di quella stessa accettazione da parte della madre Dolly.

A film iniziato, Ray è già perfettamente consapevole della propria identità, ha già fatto outing informando famiglia e amici e non ha remore – vuole solo cominciare prima possibile la sua nuova vita. La difficile fase di riconoscimento e accettazione della propria identità sessuale è già ampiamente superata, e questo rende possibile spostare il focus su altri aspetti, dando il giusto spazio agli altri personaggi. La scelta di Ray, infatti, finisce per sconvolgere la vita alle due donne che vivono con lei, anche se non necessariamente in senso negativo: Maggie sarà costretta a fare i conti col suo passato tutt’altro che semplice, dovrà mettere in discussione le sue scelte e il rapporto con sua madre e dovrà decidersi ad andare avanti; Dolly, che pur essendo dichiaratamente lesbica è tutt’altro che liberale, dovrà venire a patti col fatto che, nonostante la sua opposizione, sua nipote è determinata portare avanti i suoi progetti: per lei, donna dal carattere forte e autoritario, abituata a una figlia tutt’altro che ribelle, non è facile accettare che Ray se ne vada per la sua strada bypassando senza problemi le sue opinioni.

Dall’altra parte, saltare la parte più drammatica della situazione permette di affrontare il tutto con uno sguardo leggero, nel senso calviniano del termine – non con superficialità ma senza “macigni sul cuore”. L’atmosfera che si respira in questo film è complessivamente leggera, ironica: anche le situazioni più delicate vengono sdrammatizzate con una gag (fantastica quella della reazione di mamma e nonna all’occhio nero di Ray bullizzata). La recitazione delle protagoniste – quattro, volendo menzionare anche Linda Emond che interpreta la compagna di Dolly – è la ciliegina sulla torta che rende questo film magistrale, specie per quanto riguarda Susan Sarandon, che in questa pellicola tira fuori un’ironia alla Maggie Smith davvero irresistibile.

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