19 ottobre 2017

Recensione: Chopin non va alla guerra, di Lorenzo Della Fonte

Titolo: Chopin non va alla guerra
Autore: Lorenzo Della Fonte
Editore: Elliot
Pagine: 155
Anno di pubblicazione: 2017
Prezzo copertina: 16,50 €
 

Recensione a cura di Marta Petrella 

È il 1918. Il primo conflitto mondiale volge al termine. Il tenente di artiglieria Giovanni Bassan, troppo malato per prendere parte alle decisive operazioni militari sul fronte di guerra, viene trasferito presso il Forte Montecchio, impervio e isolato avamposto arroccato sulle montagne lombarde, dal quale si attende l’inevitabile invasione nemica proveniente dalla Svizzera. La malinconia e la rassegnazione sono i sentimenti che pervadono l’animo di Giovanni durante la sua permanenza al Forte: l’austerità del luogo, le assurde e rigide regole
che i soldati sono tenuti a rispettare, l’intransigenza e spietatezza dei superiori gettano Bassan in uno stato di malessere e insoddisfazione. Lui che, prima della guerra, era un maestro di scuola. È in quella fortezza che si perde la concezione del tempo, restando sospesi tra l’egoismo, le angosce e le illusioni che accelerano le pulsazioni del suo cuore malato. 

Tetto del Forte Montecchio, oggi
Nel piccolo drappello di soldati, che ha il compito di sorvegliare senza sosta al di là del confine in attesa di un possibile attacco da parte del nemico austriaco, emerge il giovane trombettiere Domenico che, proprio come il tenente Bassan, non è poi così tanto convinto del potere catartico della guerra e si mostra più volte poco ligio alle regole imposte dai superiori, preferendo allietare i compagni combattenti con «la musica del nemico». Incaricato di costituire una banda musicale per accogliere il nuovo comandante della Frontiera Nord in visita al Forte, Domenico riesce a infondere in Giovanni la passione per la musica e a rendere la sua condizione di soldato meno insopportabile.

Per sfuggire la realtà soffocante di Forte Montecchio, il tenente Bassan riesce a ottenere brevi licenze che gli consentono di recarsi a Dongo, ridente paesino in riva al lago di Como. È proprio qui che avviene l’incontro con Livia, pianista dall’irrefutabile fascino, la cui entrata in scena rompe inesorabilmente la monotonia dell’esistenza di Giovanni e fa riaffiorare in lui quella gioia di vivere che sembrava essere perduta per sempre. «Era, per così dire, attraente, conturbante, come vedere una donna vestita da maschio e coi capelli corti. Anche eccitante, e non so se fosse per la situazione in cui mi trovavo – visto che stavo osservando qualcosa di proibito – o per puro desiderio». Immersa tra le note del suo pianoforte, Livia, «delicata e fragile come una rosa», si trasfigura e il suo carattere si fa più deciso e sicuro. «Forse è la combinazione esatta delle note, la precisa sovrapposizione delle altezze, a causare la metamorfosi. Quei suoni che vibrano definiti, e spengono i loro battiti asincroni uno dentro l’altro, come se il cuore di ognuno di essi si fermasse; quei suoni, è come se generassero la reazione chimica decisiva».

Da anni, tuttavia, le esecuzioni musicali della giovane donna terminano tutte allo stesso modo. Lo struggente e mefistofelico Gran Duo per pianoforte e violoncello di Chopin su temi dell’opera Roberto il Diavolo viene puntualmente interrotto appena prima del finale. Poi, d’un tratto, le crisi. Crisi terribili, come «la piena di un fiume che travolge ogni cosa al suo passaggio, apprestandosi a raggiungere una grande cascata, dove non si sa cosa succederà. La vita, o la morte, probabilmente». Perché tali diaboliche sonorità angosciano a tal punto Livia? Per quale motivo la sua famiglia la tiene rinchiusa in casa? Perché un talento del genere non si esibisce in pubblico da anni? Chi sono i diavoli che la tormentano senza tregua? Al tenente Bassan non resta che indagare sul suo misterioso passato: probabilmente, ha trovato qualcosa che lo spaventa più della guerra.

All’infuori di alcuni personaggi storici presi in prestito, del Forte Montecchio, delle descrizioni paesaggistiche e di qualche evento storico narrato, nella trama non vi è un’attinenza specifica con la realtà. L’ispirazione, tuttavia, viene proprio da una storia vera, quella della bisnonna paterna dell’autore, che lo ha incuriosito e affascinato a tal punto da intrecciare corsi e ricorsi storico-familiari con la fantasia. Notevole è la capacità di Lorenzo Della Fonte di costruire, con uno stile asciutto e a tratti ironico, una narrativa avvincente intorno alla quotidianità della guerra, vista dagli occhi della protagonista: da un lato il fronte - dove gli uomini muoiono senza un perché, e se guardi nei loro occhi, amici o nemici, scopri che in fondo siamo tutti uguali -, l’estenuante attesa del nemico, le assurde battaglie volute da comandanti imbevuti di retorica patriottica e di vanità, la paura della morte, la lotta per la sopravvivenza; dall’altro la speranza offerta dalla musica, dalla poesia, dall’amore, dall’amicizia. Il tutto mescolato con le vicende intime dei personaggi, tra i quali emergono, oltre al tenente Bassan, l’irriverente trombettiere e amico Domenico, la seducente e misteriosa Livia, l’intransigente maggiore Zocchi, per citarne alcuni.

Davvero suggestiva, inoltre, è la descrizione, «un po’ fisica e un po’ surreale», delle ambientazioni del racconto, nelle quali si ha come la sensazione di perdersi: il fronte, chilometrica e sanguinolenta ferita che divide popoli e lingue; la lugubre Montagna maledetta, dipinta del sangue delle ferite dei soldati, la quale tormenta le sue notti insonni; la foce dell’Adda e i placidi voli degli uccelli; la graziosa cittadina Dongo, palcoscenico dell’affetto che lega Bassan agli amici Alberto e Mara e alla sua amata Livia; il sinuoso profilo delle verdi e rigogliose vallate che circondano il Forte Montecchio; la neve che riempie le asperità e rende il mondo più conciliante. «Stento a crederci che in quest’atmosfera a qualche idiota possa venire in mente di invaderci». Altrettanto pregevoli sono i molteplici riferimenti alla grande musica italiana, austriaca e tedesca - Hummel, Mozart, Haydn, Beethoven, Schubert, Chopin, Verdi - che fa da sottofondo all’intero romanzo. L’iniziale leggerezza della narrazione degli eventi lascia spazio a un progressivo e crescente pathos nel racconto che scorre in un periodare fluido, cristallino, immediato, ricco di dialoghi avvincenti e appassionati. È un romanzo che, proprio come il Gran Duo di Chopin, travolge, a tratti stravolge, crea ansia, s’insinua nella mente e nel cuore del lettore, il quale, con velata trepidazione, accompagna il tenente Bassan fino alla fine del suo travagliato viaggio. Fino al gran finale.

L'AUTORE
Direttore d’orchestra, compositore, insegnante e scrittore. E' docente titolare di Strumentazione per Orchestra di Fiati al Conservatorio di Torino, direttore dell’Orchestra di Fiati della Valtellina, dell’Orchestra di Fiati del Conservatorio di Messina, della Brass Band del Conservatorio di Torino. È autore del libro La Banda: orchestra del nuovo millennio sulla storia della letteratura per fiati (Joker Edizioni), e del romanzo storico musicale L’infinita musica del vento (Casa Musicale Eco).

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