Recensione: "Insryated" di Philippe Van Leeuw, al cinema dal 22 marzo

Recensione a cura di Mario Turco

Sarà la cattiva coscienza dell’europeo in trasferta ma “Insryated” del belga Philippe Van Leeuw, vincitore del premio del Pubblico al Festival di Berlino 2017 e in uscita nelle sale italiane dal 22 Marzo è un film che inizia tutto e finisce nello splendido titolo. Ecco, premetto una provocazione critica per denotare da subito ciò che manca al film distribuito da Movies Inspired: la capacità di uscire fuori dal tracciato di un tema così importante come la guerra siriana. 

Raccontare il conflitto con più vittime civili degli ultimi anni attraverso le 24 ore di una famiglia ostaggio in casa propria dei bombardamenti è un’idea molto lodevole negli intenti. Il ginepraio politico che vede fare di quella regione il cortile di sfogo delle tensioni di potenze occidentali e orientali sarebbe stato un argomento troppo grande per esser compresso dalla macchina cinema. E allora lo sguardo intimista sulle vicende di poche persone che si ritrovano a condividere lo stesso tetto a causa della guerra che alberga inesorabile fuori sembra al regista belga il miglior modo per universalizzare quella condizione disperante. Soltanto che così facendo l’ex-direttore della fotografia, qui al suo secondo lungometraggio, mostra tutti i limiti di un approccio fin troppo coscienzioso alla materia. 

Temevo, non essendo siriano, di non essere legittimato a raccontare questa storia. L’autenticità è stata quindi il mio obiettivo primario: per questo ho scelto attori siriani, e per questo abbiamo girato a Beirut, perché era la location che più ci consentiva di avvicinarci alla Siria dal punto di vista sociale e culturale”. Basta questo stralcio d’intervista a spiegare allora una scrittura fredda, programmatica, che non osa mai uno scarto dal canone dei film impegnati. Si prenda il personaggio principale Oum Yazan, interpretato dalla brava Hiam Abbass: la sua testarda rinuncia al mondo esterno, divenuta con la paura sempre più totale arroccamento personalistico, è narrata con oggettività partecipe, nel senso che dietro a uno sguardo (fintamente) neutro si giustificano le sue idiosincrasie mostrando le violenze dei tre intrusi. Impossibile non prendere posizione favorevole di fronte a una donna che deve amministrare un appartamento con bambini e un vecchio senza l’aiuto del marito che non può rientrarvi a causa del cecchino. Per l’intera durata del film si avverte però l’esistenza di questi momenti significanti e così anche le punte di spillo dei più piccoli abitanti appaiono su pellicola per ricordare che si resta sempre umani anche di fronte all’evento più inumano di tutti. 

Vi sono naturalmente alcune buone intuizioni, come il silenzio quasi irreale di quell’interno borghese continuamente stravolto dall’esplosione delle bombe e che scandiscono i ritmi di quella che è ormai la nuova quotidianità, controbilanciati però da una lunga serie di rigidi schematismi. Ad esempio i personaggi sono figure di cartone che rappresentano un tema ben specifico, un rosario psicologico snocciolato con la delicatezza di chi vuol farsi cantore di una realtà difficile e sconosciuta alle masse. Soltanto che di fronte a questo didascalismo emozionale che vuol insegnare allo spettatore con cosa empatizzare si ha spesso, pur nella breve durata del film lungo soltanto 85 minuti, la sensazione opposta. “Insryated” è un’opera ineccepibile, perfino necessaria e che deve vincere premi suscitando l’emozione di europei colpevoli, ma il cinema è qualcosa in più che un generico Racconta la cosa giusta in modo giusto.

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