16 maggio 2018

La recensione di "Dichiaro guerra al tempo", con Manuela Kustermann e Melania Giglio al Teatro Vascello dal 15 al 20 maggio

Recensione a cura di Mario Turco

Da una parte l’immortale Shakespeare, dall’altra i sempiterni Pink Floyd: cosa poteva andare storto in una loro unione artistica? Nulla, credevano con una sicumera che nemmeno il peggior disfattismo avrebbe potuto portare a più miti aspettative perché male che vada avremmo comunque avuto sul palcoscenico i bellissimi sonetti del Bardo e gli evocativi assoli di David Gilmour. E invece tutto va a scatafascio in quest'opera “Dichiaro guerra al tempo” curata da Daniele Salvo e in cartellone al Teatro Vascello di Roma fino al 20 Maggio. L’idea principe di far interagire i Sonetti del drammaturgo di Stratford-upon-Avon con alcune delle più celebri canzoni del pop-rock mondiale divora da subito qualunque altra possibile interpretazione o via di fuga narrativa dello spettacolo. Insomma, il dialogo tra la moderna antichità di

Shakespeare e la classica modernità della musica contemporanea è l’unica chiave di lettura dell’opera, soltanto che esso si rivela impossibile per il carattere monadistico delle due protagoniste dell’opera. Le donne che abitano la stanza della memoria, una sentimentalmente squassata da un amore finito male, l’altra irrigidita in un vestito d’epoca (e in una recitazione) talmente anacronistico da far sorridere per la sua eccessiva sottolineatura, vivono ognuna il proprio ruolo senza mai arrivare ad un vero scambio. 

Melania Giglio, l’attrice che interpreta la ragazza moderna, è tanto legnosa nei suoi movimenti da riuscire a far prevedere con qualche secondo d’anticipo in quale asse del palcoscenico compierà le sue pose folli. Manuela Kustermann, l’attrice che invece interpreta la controparte elisabettiana pronuncia i versi del Bardo come fosse una shakespeariana restia a versare nelle nostre immeritevoli orecchie quei sonetti d’ambrosia. La rigida struttura de “Dichiaro guerra al tempo” sembra ricalcare la struttura del tipico pezzo pop di successo: al strofa-ritornello-strofa-ritornello-assolo superato in musica dal rifiuto che ne fece Kurt Cobain nei suoi Diari (e con un volo pindarico non così astruso l’assenza dei Nirvana dallo spettacolo assume un senso) corrisponde uno spento monologo-canzone-monologo-canzone-monologo enfatico che spegne sul nascere qualunque velleità sperimentale. 

Si accennava poc’anzi alla recitazione delle due attrici altrove bravissime, qui imbalsamate in ruoli troppo temerari, prede e fautrici di una gestualità sovraccarica di simbolismo che rende purtroppo merito alla derivazioni negative del termine teatrale. Non viene in loro aiuto una scenografia spoglia più che minimalista, poco significante rispetto al tema più volte trattato della devastante marcia del Tempo che tutti lascia indietro nonostante la sua lentezza. Anche gli inserti video proiettati saltuariamente sulla parete retrostante soffrono, chissà perché nell’epoca dell’onnipotenza tecnologica, di una povertà visuale che nei momenti migliori arriva appena a raggiungere il didascalismo. Ultima notazione di uno spettacolo nobile nelle intenzioni, perfino giusto ma corrotto da una visione non centrata sulle diverse forme di spettacolo della modernità è la performance canora di Manuela Giglio. Dotata di un timbro robusto e accattivante le sue versioni di pezzi entrati nell’immaginario collettivo da “Comfortably numb” a “Purple rain” vengono però inevitabilmente cannibalizzate dalla memoria storica o dalle decine di cover fatte nei talent che hanno tra l’altro il pregio di proporre interpretazioni più originali di quelle giocoforza fatte da un attrice che deve pure a badare a recitare per un’ora e un quarto. 

Dichiaro guerra al tempo” riesce solo a ricordare l’immortalità letteraria di William Shakespeare che con la potenza dei suoi versi espressionisti è riuscito a battere, uno dei pochissimi, il nemico di noi tutti.

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