4 maggio 2018

Recensione dello spettacolo "Festa di famiglia", al Teatro Vascello (Roma) dal 2 al 6 maggio

Recensione a cura di Mario Turco

Di cosa parliamo quando parliamo di donne? Domanda affascinante eppur mal posta, o quantomeno inesatta se non la delimitiamo ad un preciso arco spazio-temporale. Di cosa parliamo quando parliamo di donne oggi in Italia? Il pensiero dei più ancora adesso e in un Paese leader della comunità europea va inevitabilmente alle violenze, ai soprusi e alle ingiustizie che madri, sorelle e ragazze subiscono da una società dalla profonda impronta patriarcale. Un recente dibattito ospitato su L’espresso che partiva dalla provocazione lanciata dalla scrittrice Michela Murgia di cominciare a discutere del concetto di Matria piuttosto che di Patria, visto che quest’ultimo finora ha provocato solo egoistici nazionalismi, ha scoperchiato insospettabili grumi di maschilismo perfino nella stampa più progressista. Se perfino nel linguaggio si annidano i germi di una visione misogina bisogna andare ad esplorare con nuove prospettive anche i testi sacri della letteratura. 

È l’operazione fatta dalla compagnia teatrale di Mitipretese, quattro splendidi attrici che con l’aiuto e la supervisione del conterraneo Andrea Camilleri, mettono in scena un elaborato copia-e-incolla tratto dalla produzione di Luigi Pirandello per farne il testo autonomo di “Festa di famiglia”, in rappresentazione al Teatro Vascello fino al 6 Maggio. Andando a rielaborare frammenti di narrativa del premio Nobel che più volte nelle sue novelle ha fornito sentiti ritratti di donne sofferenti e problematiche, Manuela Mandracchia, Alvia Reale, Sandra Toffolatti e Mariangeles Torres descrivono una cena di famiglia al vetriolo dove ferite psicologiche in suppurazione da tempo esploderanno in un mare di pus di violenza. Già dall’inizio, prima della rappresentazione vera e propria, il palco ospita i resti di quella che sembra una battaglia domestica. Gli attori entrano in scena dal nulla, silenziosamente e cominciano a sistemare il tutto, come un preludio di desiderio frustato per l’impossibilità dell’ordine casalingo che invece vedremo a breve. I personaggi sono disposti in un una specie di quadrilatero visivo e ogni scena occupa per un tempo limitato il centro del palco, per poi venire, spesso in maniera repentina, sostituita da un altro quadretto. Una composizione insomma polifonica che gioca di fino con frasi e motti ripresi da altri personaggi o inserimenti ex abrupto

Questa prima parte di presentazione si concentra in particolare sui due drammi più apertamente “di genere” e cioè la folle gelosia del marito di Mommina (che si scatena in uno schiaffo così forte da lasciare in apnea la platea per lunghi secondi) e il racconto della figlia ribelle dello stupro fattole dal padre fuggitivo da anni. Si delineano insomma le basi, acide, della riunione borghese che vedrà la madre e le tre figlie ritrovarsi ritualmente al compleanno della genitrice. Questa seconda parte soffre purtroppo di una scrittura più convenzionale e mette in scena con piana brillantezza (l’ossimoro non è vuoto artificio retorico perché vuole rendere al contempo merito alla recitazione di una compagnia affiatata) il saliscendi di rancori e gioie, non-detti e dolci ricordi che contraddistinguono qualsiasi famiglia disfunzionale. Un paio di squarci brechtiani (uno fatto così bene che sfido chiunque a non cadere nel tranello finzionale!) slabbrano il testo pur non riuscendo a far desistere dalla sensazione di deja-vu. 

Particolare elogio va invece fatto all’uso delle canzoni popolari che sembrano scaturire naturalmente dalla situazioni nelle quali vengono usate e aprono il significante ad una lettura mai banale. Il finale di “Festa di famiglia” rinuncia alla riconciliazione ed opta per un monologo della madre che chiama in causa anche il pubblico, un emozionante invito a lasciarsi travolgere dagli affetti familiari recitato in mezzo alla platea che chiude in maniera ancora una volta spiazzante l’opera di Mitipretese. Non ci sono inviti alla ragion civile o glabri numeri sulle evidenti disparità di genere (anche perché in quel caso la lettura di Pirandello sarebbe stata forzosa) ma una trascinante chiusa su un qualunque dramma familiare con vittime le donne che dovrebbe risuonare ancora adesso più forte di indagini sociologiche.

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