20 maggio 2018

Recensione: Dogman, di Matteo Garrone. Al cinema dal 17 maggio

Recensione a cura di Mario Turco

Il cinema di Matteo Garrone è sin dalla sua comparsa un unicum nel cinema italiano. Gli inizi pittorici e documentaristici del regista romano hanno rappresentato a volte forze centripete (L’imbalsamatore), a volte centrifughe (Il racconto dei racconti) all’interno di una poetica tacciabile di un approccio fin troppo intellettuale per il racconto di storie che invece vogliono essere piccole epifanie di realtà spesso dimenticate dalla grande narrazione mediatica. Con “Dogmannelle sale dal 17 maggio Garrone trova forse il definitivo punto di equilibrio di istanze così divergenti. Il suo ultimo film è ispirato liberamente al caso del “delitto del Canaro”, sordida vicenda all’interno della criminalità romana che vide l’uccisione del pugile dilettante Giancarlo Ricci per mano dell’ex toelettatore di cani (da qui il soprannome) e criminale Pietro Negri

L’ambientazione, a differenza del fatto originale che prendeva il suo humus dalla Magliana fuori controllo degli anni 80, è un incrocio suggestivo tra l’odierna Ostia preda dei Casamonica e un set western abbruttito dalla moderna marginalizzazione delle periferie. Qui vive e lavora Marcello (interpretato con impressionante adesione attoriale da Marcello Fonte, giustamente premiato a Cannes come miglior attore) nel suo salone per cani di tutti i tipi, dai fastidiosi volpini ad alani giganteschi. Sembra un vaso di coccio, il piccolo uomo, destinato a scontrarsi col vaso di ferro più pericoloso che solca quella terra sperduta nel nulla di quella suburra: Simoncino, violento delinquente di zona che non rispetta nessuno e sempre pronto a pestare con furore bestiale chi non si piega alle sue voglie. Il rapporto tra i due è visualizzato magnificamente da Garrone che riprende tutto ad altezza-Marcello e filma la presenza di Simoncino come minaccia sempre imponente, una montagna di muscoli e borbottamenti che piega tutti alle voglie di un bambinone fisicamente debordante (notevole il lavoro di Edoardo Pesce sul suo corpo). 

Il rapporto tra i due è naturalmente bilanciato a favore del secondo ma il crescendo di abusi è narrato con una cupa fatalità mai compiaciuta, con una maturità psicologica che lascia poco spazio ai dialoghi “spieganti” di tanto cinema italiano e si concentra solo sul determinismo ambientale di un microcosmo corrotto. La debolezza di Marcello è un vulnus a cui egli stesso cerca di rimediare con una sbadata dipendenza dalla cocaina: se il lavoro che ama con dolcissima tenerezza (i dialettali ammmore con cui si rivolge ad ogni cane che incontra anche fuori dal suo salone) riuscisse a fornirgli il sostentamento economico di cui ha bisogno per le gite subacquee con la figlia non avrebbe mai esplorato il mondo della polvere bianca, c’è da scommetterci. Così come se qualcuno dei suoi amici avesse avuto il coraggio di provare a tirarlo fuori dal rapporto masochistico con Simoncino egli avrebbe certamente denunciato il suo aguzzino alla polizia invece di farsi un anno di carcere al posto suo. Quanto Garrone sia lontano dai canoni del revenge movie e concentrato piuttosto sui caratteri debordanti dei suoi protagonisti lo si può notare nella resa dei conti finale, lontanissima da intenti catartici. Il brutale omicidio avviene per caso, con una paura palpabile perfino dallo spettatore più distaccato, e segue piuttosto improvvisazioni zigzaganti che piani prestabiliti. L’onirismo dell’ultima scena, giustamente estenuante per lunghezza dopo un’estenuante nottata, lascia un senso di contrizione difficilmente spiegabile a parole: una grande amarezza che bisogna vivere su grande schermo per il grande film di un piccolo grande uomo.

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