13 luglio 2018

La recensione di "Tafanos", il b-movie di Riccardo Paoletti

Recensione a cura di Mario Turco

Dopo la visione di “Tafanos”, di Riccardo Paoletti occorre ancora una volta constatare come il cinema di genere in Italia non riesca da vent’anni ad uscire dalle secche di un impoverimento artistico protrattosi più a lungo del fisiologico ricambio autoriale. Terminata la stagione degli spaghetti, poliziotteschi e horror all’italiana suppergiù, ad essere laschi, nei primi anni Novanta non abbiamo saputo ricreare, tranne alcune benemerite eccezioni, quell’onda feconda e spregiudicata di registi che si misurava con i generi più commerciali aggirando con trovate visive e narrative budget non hollywoodiani. E scrivo proprio dei registi/sceneggiatori perché fortunatamente maestranze tecniche e attori si sono invece continuati a proporre con miglior esito.


Tafanos” è l’esemplificazione di questa teoria: pur contando su un budget veramente irrisorio dal punto di vista produttivo riesce a non sfigurare osando qualche (poche) frattaglie e inserti in Cgi coraggiosi nel loro proponimento anche alla luce del sole. La recitazione degli interpreti si attesta su un buon livello con un plauso alle tre protagoniste femminili, più naturali alle prese con ruoli cuciti loro sartorialmente. Al nostro cinema odierno non manca quindi l’entusiasmo (ero seduto nella fila davanti il cast di attori ed era divertente sentire come le reazioni più frizzanti venissero proprio da loro piuttosto che dal pubblico, segno di quanto si fossero divertiti e credessero veramente nel progetto) ma una visione organica che sappia superare l’angusto revisionismo/revanscismo cinematografico al quale siamo giunti. Nella breve presentazione del film fatta poco prima della visione Riccardo Paoletti snocciola subito le influenze della sua opera: slasher di stampo americano, commedia horror di stampo anglosassone, fantascienza/horror animale di stampo statunitense. A parte l’evidente esterofilia, ciò che dal suo intervento ma soprattutto a visione ultimata del film, traspare fastidioso come il ronzio di un moscone è che la motivazione principale di “Tafanos” sia quella di introdurre a tavolino “il primo esempio di comedy horror nel cinema italiano”. 

Un proposito da almanacco, di esser cioè citato nei manuali con questa denominazione, ad esser buoni, e quello di conquistarsi la nicchia sempre generosa dei festival di genere, ad essere meno concilianti, come invece si può dedurre dalla scelta di girare il film in lingua inglese. D’altronde l’idea base del film, quella cioè che per evitare l’assalto di tafani voraci basti fumare qualunque tipo di droga leggera, è pensata a bella posta con l’intento di soddisfare gli appetiti goliardici di presunti appassionati di questo genere. Solo che “Tafanos” sembra arrivare con almeno un decennio di ritardo nella rincorsa a sfornare ridicoli animali killer (“Pecore assassine” aveva chiuso quella gara in bellezza). La confezione anonima del film, girato in una campagna che potrebbe essere sovrapponibile a qualunque latitudine geografica, con riferimenti e battute che evitano accuratamente l’attualità italiana e anzi sfiorano uno slavato europeismo, è il risultato di questa voglia di essere spendibile sia commercialmente e, peggio ancora, artisticamente in un mercato di genere che l’onnipotenza digitale ha creduto di globalizzare. 

Il concetto di b-movie che sta dietro alla logica di “Tafanos” e che il film rivendica con orgoglio, spiace davvero scriverlo, non è dissimile da quello di speculari prodotti Youtube. Il film è dichiaratamente derivativo e nonostante si compiaccia della sua mancanza di originalità non ha nemmeno l’ardire di osare qualche battuta o situazione un po’ più spinta di faccette in primo piano o riprese di ragazzi in trip (tra l’altro, a voler fare i maestrini dello sballo, gli effetti del fumo sono ripresi tali e quali come lo farebbe un 15enne alle sue prime canne). “Tafanos” piacerà a chi ha visto 50 horror nella vita e l’ha sempre fatto in compagnia bevendo birra; per tutti gli altri si rimanda a prodotti anche più poveri ma con meno sovrastruttura di questo.

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