13 luglio 2021

Recensione: Racconti del crimine. Vol. 2, di Tanizaki Jun'ichiro

Titolo:
 Racconti del crimine. Vol. 2
Autore: Tanizaki Jun'ichiro
Editore: Marsilio
Pagine: 264
Anno di pubblicazione: 2020
Prezzo copertina: 16,00 €

Recensione a cura di Mario Turco

Spesso il delitto non è la strada che si percorre per accedere al lato oscuro della propria anima ma soltanto la sua manifestazione fattuale più evidente. Sono infatti le regole del vivere sociale ad arginare gli istinti più violenti del singolo uomo poiché egli, nella sua volontà di potenza e come è stato dimostrato da millenni di storia, troverebbe naturale sfogo nella sopraffazione sull'Altro. La grande letteratura in tantissimi casi ha intinto i propri calamai nei più torbidi casi di crimini ed omicidi proprio per spiegare come essi possano essere la spia anche solo di un disagio esistenziale comune ai molti ma che fortunatamente solo in pochi portano alle estreme conseguenze. In “Racconti del crimine – Volume II”, di Tanizaki Jun'ichiro pubblicato da Marsilio Editori, le cinque storie raccolte sotto la preziosa curatela di Luisa Bienati riescono in maniera straordinariamente ficcante a palesare questa urticante verità. Oltre al lodevole intento di portare in Italia l'opera del maestro giapponese – che nel 1964 sfiorò anche il premio Nobel per la Letteratura andato poi ad un certo Jean-Paul Sartre – questa seconda raccolta di racconti si segnala precipuamente rispetto alla prima, pubblicata nel 2019, perché il delitto non risponde più ai dettami narrativi della detective story (che pure viene ancora citata, come nel caso di Quincey e Conan Doyle che compaiono tra le letture del protagonista de Il segreto, ma più come supina strizzatina d'occhio all'occidentalizzato lettore dell'epoca che come reale referente) per trovare invece una spregiudicata significanza psicologica. 


Rispetto alla sua produzione giovanile quindi queste opere sono inquadrabili nella fase più matura di Tanizaki, dove l'omaggio sfuma nell'ispirazione tematica e figurativa: Poe e Baudelaire finalmente non sono più modelli da replicare ma pozzi creativi a cui attingere per dare forma alla proprio stile In questi cinque racconti del crimine si può asserire infatti che non c'è crimine, o meglio, che non sono importanti le modalità in cui esso avviene – rarissimi i close-up sui dettagli macabri e perfino sugli intrecci di genere, fatta eccezione forse per Un tumore dal volto umano – quanto il motivo per cui essi sono così significativi nella sbandata esistenza dei suoi attuatori. Più che rintracciare la topografia del crimine, come fatto da Luisa Bienati nella sua introduzione, si dovrebbe provare a stendere una sorta di cartografia virtuale del cuore dei suoi personaggi, tutti meravigliosamente vinti e avvinti dal fascino del perverso. “Acquistavo a poco a poco abilità nei travestimenti e audacia: per suscitare dentro di me associazioni di idee delittuose, quando uscivo nascondevo nella cintura un pugnale o dei narcotici, non per commettere un crimine, ma per assaporare l'attraente e romantico profumo che l'accompagna”: dice in prima persona il protagonista del primo di questi racconti, Il segreto, auto-esiliatosi in una piccola stanza di un monastero per poter provare le ebbrezze del travestitismo e che si farà prendere la mano in questo ottenebramento mentale rinunciando perfino ad un vecchio amore ritrovato. In Un tumore dal volto umano, vertice di questa raccolta e crasi fenomenale tra folklore demonologico e i nuovi media, l'attrice Utagawa Yurie s'addentra nel mistero dell'omonima pellicola da lei girata ma stranamente dimenticata in cui la sua arrogante controparte filmica Ayame è perseguitata da un mendicante che, a seguito di una delusione amorosa, le si incista nel corpo come forma tumorale fino a costringerla al suicidio. In questa novella emerge prepotente la passione dell'autore giapponese per il cinema, da cui Tanizaki fu sedotto tanto da arrivare a lavorarci anche come sceneggiatore e che a sua volta ammaliò egli stesso anche registi italiani come Tinto Brass e Liliana Cavani che portarono su pellicola alcuni suoi romanzi. 


Anche Un ciuffo di capelli, pur nella sua assenza di scene orrorifiche vere e proprie, è un elegante e violento ammonimento contro le pazzie a cui può costringere l'amore. Ricorrendo al più classico dei flashback, l'anonimo narratore si fa raccontare dal suo amico Dick le peripezie sentimentali che gli hanno fatto ottenere sì il ciuffo di capelli della voluttuosa ragazza russa desiderata ma anche la morte dei suoi due più cari amici nel melodrammatico incendio finale. I due racconti finali, Il pregiudicato e Oro e argento, risentano grandemente dell'interesse di Tanizaki per la psicologia e i limiti etici a cui l'arte deve sottostare. “Sono un pregiudicato. E sono anche un artista”: ammette infatti sin da subito in prima persona il protagonista de Il pregiudicato nel folgorante incipit. Da lì in poi, il lettore scende con lui in queste “memorie dal sottosuolo” in cui ogni bassezza morale è sempre giustificata come abbandono alla naturale depravazione che lo tara dalla nascita. E sebbene questa analisi mentale sia appesantita da eccessi di didascalismi (alla stregua, certo, dell'esempio dostoevskiano ma senza il suo nitore), essa viene addirittura raddoppiata nel successivo Oro e argento, in cui sono Aono e Ōgawa a rimpallarsi in lunghissimi dialoghi le rispettive debolezze e invidie. Che poi l'omicidio sia commesso dal più irreprensibile dei due giovani pittori non fa che confermare la tesi che non basta nemmeno una cartografia dei cuori dei personaggi di Tanizaki per cercare di localizzare gli umori più neri: essi coprono già l'intera anima.

L'AUTORE
L’itinerario artistico di Tanizaki Jun’ichirō (1886-1965) può essere quasi interamente ripercorso dal lettore italiano che dispone in traduzione di molti titoli, tra racconti e saggi. L’esordio dello scrittore avviene in un’epoca di grandi contrasti quando, così come la società, anche la letteratura riflette la scelta lacerante fra una tradizione millenaria e la via verso l’occidentalizzazione. Tanizaki vive questa frattura attratto dal nuovo e dal moderno, ma sensibile al bisogno di restare ancorato alle proprie radici. Ai primi racconti, ispirati a modelli occidentali eppure sempre rielaborati in linea con il proprio passato culturale, fanno da contrappunto le opere della maturità, che segnano un ritorno più marcato ai motivi e ai modi narrativi della classicità. La sua vasta produzione è multiforme nei temi e nelle tecniche, la sua vena sempre originale. Una continua ricerca estetica lo induce a tratteggiare ideali di bellezza femminile che riflettono l’infatuazione ora per l’esotismo della donna occidentale, ora per una femme fatale con cui vivere un rapporto di sottomissione masochistica, ora per una bellezza femminile celata nella penombra, avvolta nelle antiche sete del kimono. La fantasia, l’ironia, l’ambiguità pervadono la sua idea dell’arte. Dalla realtà egli trae solo spunto per creare un mondo immaginario, un universo della sua mente.