La recensione del film "Quo vadis, Aida?", di Jasmila Zbanic. Al cinema dal 30 settembre

Recensione a cura di Mario Turco

La guerra dei Balcani è stato l'ultimo conflitto interno all'Europa e alla stessa UE, se facciamo riferimento agli ingressi nel 2004 della Slovenia e della Croazia nel 2013. Le tensioni nazionaliste tra i Paesi che facevano parte della Jugoslavia di Tito, considerato il periodo relativamente recente degli ultimi scontri armati (Kosovo 1998-1999), minacciano di esplodere ancora oggi con il rischio di causare una devastante lacerazione nel tessuto geopolitico del già fragile Vecchio Continente. Ed è per questo che occorre perseverare nella memoria e nella ferma condanna di una guerra troppo frettolosamente archiviata nei libri di Storia. In attesa che le istituzioni inseriscano la disgregazione balcanica nei libri di testo scolastici tocca come al solito al cinema porsi in avanscoperta culturale. Ecco allora che "Quo vadis, Aida?", scritto, diretto e co-prodotto da Jasmila Žbanić si pone questo compito uscendo nelle sale il 30 Settembre distribuito da Academy Two e Lucky Red. 


Presentato in concorso alla 77ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia e candidato all'Oscar al miglior film internazionale in rappresentanza della Bosnia ed Erzegovina ai premi Oscar 2021, ad oltre un anno dal suo passaggio ai festival finalmente il film trova l'occasione di essere mostrato al pubblico. Il quarto lungometraggio della regista di Sarajevo, già Orso d’Oro a Berlino nel 2006 con l’esordio “Il segreto di Esma”, rompe un silenzio cinematografico durato troppo a lungo dato che si tratta del primo film a trattare direttamente del massacro di Srebrenica in cui l’11 luglio del 1995, dopo più di tre anni di guerra in Bosnia, l’esercito serbo-bosniaco massacrò più di 8700 musulmani bosniaci, dopo averli divisi dalle donne e dai bambini. Il film comincia in medias res mostrando Aida (Jasna Đuričić), una traduttrice bosniaca dell'ONU, al lavoro nella base delle Nazioni Unite allocata nei pressi della cittadina che era stata dichiarata dagli stessi funzionari intergovernativi zona sicura per civili e residenti. Ma quando le forze serbo-bosniache nel luglio del 1995 l'invasero i caschi blu si ritirarono nel loro accampamento lasciando migliaia di cittadini d'etnia bosgnacca fuori i recinti di filo spinato, militarmente inviolabili. Ed è da qui che il film denuncia con forza ma senza urla cinematografiche la criminale ignavia dei generali olandesi - azzimati e gentili ma sempre colpevoli - a cui era stata affidato il comando della base. 


Nella terribile lotta personale di Aida per salvare dal massacro dei serbi il marito e i suoi due figli maschi, infatti, essi si nascondono dietro la più spersonalizzante delle burocratizzazioni anteponendo carte bollate e confusi motivi di ordine pubblico. Come se invece ammassare civili nell'hangar senza servizi igienici o addirittura farvi partorire una donna, in due scene particolarmente significative e che ancora una volta Jasmila Žbanić ha il merito di asciugare da qualunque enfasi retorica, non fosse altrettanto foriero di disordine. "Quo vadis, Aida?" lascia che il dramma privato della sua protagonista investa tutta la narrazione senza rinunciare comunque alla precisa ricerca storica. Ecco allora la coraggiosa messa in scena del fatto che i caschi blu olandesi, ragazzini in pantaloncini quando soldati semplici e colonnelli impotenti quando ufficiali, si fecero mettere sotto scacco dagli aggressivi serbi e consegnarono gli uomini alle truppe del tristemente noto criminale di guerra Ratko Mladic. Anche se nel film non si vede mai, il genocidio aleggia come dolorosissimo presagio prima ed infine come drammatico fuori-campo, quando gli uomini di Srebenica vengono racchiusi nella palestra di una scuola per essere trucidati dai fucili dei serbi che, in un frame visto e rivisto ma che fa sempre impressione, fanno capolino con le canne di metallo simili a becchi di mortali avvoltoi dalle feritoie dell'edificio per eruttare la loro assassina violenza di fuoco. Sono passati solo 26 anni da quel giorno e nonostante la condanna del tribunale dell'Aja sembra che l'Europa abbia già dimenticato cosa sia successo all'interno di uno dei suoi territori più vitalistici. Il genocidio perpetrato nei Balcani poteva accadere nel Mediterraneo. Anzi, sta già accadendo.

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