La recensione di "Racconti disumani", di Alessandro Gassmann in scena al Teatro Quirino fino al 4 Febbraio

Recensione a cura di Mario Turco

Ora, che Franz Kafka sia uno scrittore buono per tutte le stagioni è cosa nota. Il suo inquietante malessere esistenziale/filosofico può infatti essere un coro d'accompagnamento per tempi violenti (tutti) ma anche il controcanto di narrazioni che arrivano a lambire l'imberbe ottimismo delle magnifiche sorti e progressive delle nostre nazioni (quasi sempre occidentali, l'alterigia è sempre stato uno dei nostri tratti distintivi). Dopo esser arrivati a suggere nel breve tempo di un secolo tutta la sua produzione - anche l'incompiuto e rapsodico primo romanzo “America” è onusto di gloria francamente eccessiva per un romanzo che ha limiti di stile evidenti -, negli ultimi anni si sta dando con successo spazio anche ai lavori minori dell'autore boemo. Al pubblico piace scoprire queste opere perché pur avendo una storia rappresentativa poco ricca permettono di avere un basso rischio spettatoriale dato che, in ogni caso, il gioco del rintracciamento di malsane analogie col presente sarà ben facile da attuare. Così quando ad esser portati a teatro sono due testi da subito caratterizzati da una costante tensione metaforica ci si sentirà galvanizzati da questa fine operazione intellettuale. Ma è davvero così? 


"Racconti disumani", di Alessandro Gassmann in scena al Teatro Quirino di Roma fino al 04 Febbraio è forse la migliore manifestazione pratica di questo discorso. Coproduzione Teatro Stabile d’Abruzzo e Stefano Francioni Produzioni, lo spettacolo porta in scena in appena un’ora e dieci minuti di durata due racconti di Franz Kafka, “Una relazione per un’accademia” e “La tana”. Gassmann sceglie di accostarli puntando sul tratto più marchiano che li caratterizza, la (molto presunta) disumanità dei due protagonisti dei racconti, presentandoli più che come atti separati, come ci si sarebbe magari aspettato considerando la visione unica, come due vere e proprie opere diverse che dialogano tra loro senza necessitare dell’intervento del regista. Come scritto nelle note di regia, infatti Gassman si fa sedurre eccessivamente dai soggetti di Kafka accontentandosi di calarli nella realtà del nostro tempo per renderli attuali: “Se nella relazione presenta una scimmia divenuta uomo, che descrive questa sua “metamorfosi”, nella tana parla di un uomo che, terrorizzato da ciò che non conosce, vive come un animale sotterraneo, in attesa di un nemico del quale è terrorizzato appunto, ma del quale sa molto poco”. Insomma, un primate che prende in giro i costumi dei suoi simili implumi (le scene in cui Pietro il Rosso racconta di come ha imparato a bere o di come gli sporcaccioni degli umani non si puliscano dopo aver sputato mentre, stranamente, danno molto senso alla coreografia delle strette di mano) o che svela i soprusi subiti nel suo processo di antropomorfizzazione e le ansie della talpa-architetto che crea continuamente cunicoli per paura dei rumori che probabilmente causa egli stesso durante i suoi scavi, basterebbero da soli a perturbare i cuori di un uditorio, oggi come domani, alle prese con l’Altro e il Sè. 


E se è vero che Racconti disumani funziona dal punto di vista scritto, è purtroppo altrettanto doloroso constatare come invece fallisca quasi del tutto dal punto di vista scenico. Limitandosi ad un unico elemento diegetico comune, ovvero la presenza di un Giorgio Pasotti molto bravo nell’uso della voce ma quasi trasparente dal punto di vista fisico (non si chiedeva ovviamente una performance animalesca ma almeno qualche gesto caratterizzante che potesse aggiungere qualcosa ad una regia asciuttissima) che interpreta i due personaggi nei rispettivi monologhi in cui è suddivisa la pièce. Gassman ricorre al solito espediente del videowall per sottolineare i “cambi” di scena. C’è però un’incredibile e sorprendente superficialità nell’uso delle immagini, soprattutto da un artista che invece al cinema aveva fatto così bene con, ad esempio “Razzabastarda” e “Il premio”: se per indicare la giungla di provenienza di Pietro il Rosso viene proiettato quello che sembra uno sfondo desktop pieno di alberi ed erbi verdi, nella scena del circo fa capolino un video in bianco e nero (“Una relazione per l’accademia” è del 1917) del cinema muto. Così Racconti disumani sembra, mirabile paradosso kafkiano, uscito dalla mente disumana di un’intelligenza artificiale a cui abbiano chiesto di riassumere lo scrittore boemo per un pubblico borghese.

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