La recensione di "Los colonos", in uscita nelle sale italiane giovedì 7 marzo 2024 distribuito da Lucky Red e disponibile su Mubi dal 29 Marzo

Recensione a cura di Mario Turco

Destino infame, quello della parola genocidio. Lo sterminio di intere popolazioni, più e più volte avvenuto nel corso dei secoli, dopo aver raggiunto l'acme della sua violenza con la razionalizzazione sistemica dell’annientamento del popolo ebraico di tutto il mondo che ha raggiunto, come noto, l'incredibile cifra di sei milioni, sembra adesso vittima esso stesso di questo punto di scala così spaventosamente mostruoso da non poter più essere assegnato, nemmeno in misura minore, agli altri eccidi passati o ancora in corso. Per fortuna il cinema, arte del distacco e della mediazione audiovisuale per eccellenza, riesce ancora a riflettere sui massacri etnici a cui l'uomo si è sempre abbandonato da quando ha scoperto di poter moltiplicare la propria violenza con armi e potere economico. Ecco allora che dopo "Killers of the Flower Moon", di Martin Scorsese che indagava in maniera sentita e fluviale sul genocidio degli Osage negli Stati Uniti da parte dei sempre rapacissimi statunitensi wasp, arriva un film che è il controcanto radicale e allo stesso tempo più incisivo di quello del maestro italo-americano. 


"Los colonos", di Felipe Gálvez, in maniera inaspettata ma graditissima, è in uscita nelle sale italiane giovedì 7 marzo 2024 distribuito da Lucky Red e disponibile su Mubi dal 29 Marzo (questa sì che è una sinergia proficua sia alla sala che allo streaming!), dopo esser stato selezionato in Un Certain Regard al 76esimo Festival di Cannes vincendo il premio Fipresci e presentato, chissà perché, fuori Concorso al 41esimo Torino Film Festival. L'esordio del regista è stato inoltre candidato per rappresentare il Cile ai prossimi premi Oscar e a visione avvenuta è facile capire il perché. Los colonos è infatti un anti-western che servendosi di larga parte degli stilemi del genere - gli spazi infiniti, il road-movie dei protagonisti, la violenza di frontiera, i personaggi laidi - giunge ad una revisione stilistica ma soprattutto politica atta a trasmettere il suo messaggio. Diviso in quattro capitoli narrativi (Il re dell’oro bianco, Mezzosangue, La fine della terra e Il maiale rosso), il lungometraggio comincia inquadrando temporalmente la vicenda: siamo nel 1901 e la famosa Terra del fuoco, divisa tra Argentina e Cile, è luogo di spoliazione furiosa da parte di qualunque avventuriero che abbia la sfacciataggine di farsi chiamare colono. Signore indiscusso della zona è il latifondista José Menéndez che un giorno incarica il violento ex militare scozzese MacLennan, guarda giurata dei suoi possedimenti che protegge anche a costo di uccidere gli storpi - "Qui un uomo senza braccio significa un uomo in meno", - di aprirgli una tratta verso l'Atlantico sterminando gli ostacoli che si frappongono alla sua sete di dominio: gli indigeni, ovvero la popolazione Ona. In questo viaggio gli affianca il cowboy americano Bill, il cui merito è costituito dal fatto che "dicono sappia fiutare un indiano a un miglio di distanza" e il mezzosangue Segundo, ragazzo dalla mira formidabile che conosce il luogo e può fare da interprete con gli altri "selvaggi". Tra incredibili paesaggi innaturali e stupri subiti da europei che vogliono solo "carne buona", questi coloni si renderanno realmente colpevoli di eccidi terribili. Los colonos è un'opera filmica che ha il merito straordinario di non indulgere mai nella critica colonialista che pur mette in atto. Se nella prima parte infatti il regista mostra soltanto una scena esplicita di uno dei tanti massacri raccontati ed intuibili, è nella seconda che il portato di questo genocidio raccapriccia in maniera quasi insostenibile. E non lo fa tramite la visione ma attraverso il racconto che Vicuna, il solerte emissario del governo cileno mandato lì dopo ben sette anni dai luttuosi fatti, riesce ad estorcere proprio a Segundo, l'ambiguo personaggio a metà strada tra testimonianza e colpevole complicità (la mancata fuga quando ne aveva la possibilità). Fatte cadere le connessioni col western – la fotografia dell'italiano Simone D'Arcangelo e la stessa regia lambiccata che sembrano indugiare nella bellezza paesaggistica che sembra uscita dai quadri di Peter Graham -, Felipe Gálvez compie una delle più belle torsioni narrative di quest’annata cinematografica. Fingendo infatti di portare il film verso uno scontato atto d’accusa civile, perlopiù messo in atto da un governo che in ogni caso si muove dopo aver fatto finta di non vedere per anni, il regista cileno mostra invece la violenza istituzionale di questa riconciliazione di facciata attraverso la ripresa documentaristica del funzionario che non parte fino a quando la ragazza indigena non acconsente a bere il thè alla maniera europea. Perché è proprio vero che non esistono padroni buoni e che le commissioni d’inchiesta come quella servono solo a certificare lo schiavismo in forma parlamentare.

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