La recensione dello spettacolo "Lungo viaggio verso la notte", di Eugene O’Neill che per la regia di Gabriele Lavia è in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 15 febbraio
Recensione a cura di Mario Turco
Questo adattamento diretto dallo stesso Lavia con la produzione Effimera – Fondazione Teatro della Toscana chiude sé stesso e i suoi personaggi all'interno delle loro parole-sbarre rinunciando quasi del tutto all'azione esterna per dare risalto ai miasmi di rapporti tossici quando va bene ("Non ti avrei mai sposato se avessi saputo che bevevi così tanto") e sadici quando va male ("Io volevo che tu fallissi"). A fronte di una staticità volutamente funzionale all'asfissia umana che contraddistingue tutti e quattro i personaggi, il dramma espone al vento delle proprie rispettive invettive tutte le tempeste dei rispettivi errori. Così se Jamie fallisce come uomo e come figlio per non dover sopportare il peso dell'eredità paterna, Mary finge di trovare nella morfina la pace per un amore di mamma che invece è solo, maledizione di una donna che voleva essere o suora o organista, eccessivamente rituale come un requiem di chiesa - "Sono partito tante volte e non mi pare che il tuo cuore si sia mai spezzato", le ricorda con acribia Edmund di fronte all’ennesimo pianto mariano.
La meraviglia della lirica prosa di Lungo viaggio verso la notte è che i diversi discorsi si danno malignamente forza nel componimento di una famiglia buddenbrookniamente decadente, senza mai scadere però nel facile pessimismo della ragione. Dall’avidità del capofamiglia che condanna alla probabile morte il figlio destinandolo a un inadeguato sanatorio pubblico, all’alcool che abbrutisce i tre maschi di casa, dalla dimora che non è mai voluta diventare una vera casa fino alla depressione personale più avvilente ("Io odio me stesso e devo vendicarmi su tutti gli altri"), il nichilismo è costitutivo di quattro cuori umani un po’ eccezionali e un po’ banali. In questa discesa agli inferi casalinghi di plumbeo nitore ecco che l'unica rapace via di fuga è rappresentata da una piccola scena che il regista/attore milanese coglie con invidiabile nitidezza. "Io odio il teatro", urlerà a un certo punto Jamie al padre ma, e qui la sovrapposizione tra personaggio e interprete si fa davvero intensa e vertiginosa, Tyrone/Lavia gli risponde gracchiando la propria rabbia umana e culturale: "È il teatro che ha fatto l'uomo quello che è". Perché anche quando si accende a mano una lampadina salendo traballante sul tavolo si può recitare Amleto: il lungo viaggio verso la notte dell’animo ogni tanto, anche solo per qualche quotidiano momento, può essere illuminato dalla cultura.





















